Internazionale
Turchia

Il crollo della moneta, pagato dalla popolazione

La fuga in avanti è la tattica abituale del presidente turco Erdogan quando si trova di fronte a difficoltà, fosse anche a rischio di una bancarotta per tutta l’economia turca.

La crisi di fiducia che scuote i mercati e ha fatto svalutare la lira turca del 20% in un solo giorno e del 40% dall’inizio dell’anno, è stata inasprita dalla vertenza tra Erdogan ed il presidente degli Stati Uniti. Trump chiedeva la liberazione di un prete americano, Andrew Brunson, incarcerato in Turchia con l’accusa di complicità con il clan di Fethullah Gülen, nemico di Erdogan che lo considera come l’ispiratore del tentativo di colpo di Stato del luglio 2016. Erdogan invece vorrebbe ottenere l’estradizione di Gülen, profugo negli Stati Uniti.

Ma il conflitto ha ovviamente cause più profonde. Sotto la direzione di Erdogan, la Turchia, anche se membro della NATO, non si è mostrata un alleato molto affidabile per gli Stati Uniti. In Siria, ha sostenuto a lungo i jihadisti dell’Isis, anche quando gli Stati Uniti contavano sulle milizie curde per combatterli. Per affermare la sua indipendenza, Erdogan si è avvicinato alla Russia, fino al punto di ordinarle materiale militare. Spesso Erdogan non ha rispettato l’embargo americano sui rapporti commerciali con l’Iran e, ora che questo embargo entra nuovamente in vigore, ostenta la sua intenzione di proseguire queste relazioni, essenziali per l’economia turca. Tutte cose che Trump non tollera, per cui vuole mostrare ad Erdogan che, fino a nuovo avviso, a comandare è ancora l’imperialismo americano. Ha deciso per esempio di raddoppiare le tasse sull’importazione dell’acciaio e dell’alluminio turchi.

Erdogan con grandi discorsi sull’indipendenza della Turchia vuole mostrare che tiene testa a Trump, ma la crisi attuale rivela la sua fragilità. Ha irrigidito il regime, intensificato la repressione, fatto modificare la costituzione per rafforzare il suo potere personale e quello del suo clan, imposto praticamente la sua dittatura. Ha lanciato una politica di grandi opere che vanno da una nuova grande moschea ad un tunnel sotto il Bosforo e un terzo ponte sopra lo stretto, da un nuovo palazzone presidenziale ad un terzo aeroporto in Istanbul. Ma tutto ciò ha un costo ed è finanziato dal debito estero, con prestiti delle banche, quelle d’Europa occidentale in particolare, che vanno pagati in euro o in dollari.

Così i successi dell’economia sono stati costruiti sul credito, e sulla fiducia dei finanzieri nella capacità della Turchia di rimborsarlo. È questa fiducia che sta crollando. Da settimane i capitali occidentali fuggono il paese, provocando il crollo della moneta, l’accelerazione dell’inflazione, la caduta del potere d’acquisto della popolazione, ormai sempre meno in grado di rimborsare i prestiti delle banche. Le piccole e medie imprese, alle quali si attribuisce il boom dell’economia turca, si sono fortemente indebitate contraendo prestiti in dollari. Sono messe con l’acqua alla gola dalla caduta della lira.

Erdogan continua ad affermare che si tratta di un vasto complotto dovuto “alla lobby dei tassi d’interesse” e insieme a questa da tutti i nemici della Turchia, alleati oggettivi di Fethullah Gülen e dei “terroristi” così come chiama tutti i suoi oppositori. I media turchi, completamente sotto controllo dei clan legati al presidente, ripetono che l’economia va bene. Erdogan minaccia gli Stati Uniti di cambiare le sue alleanze. “Loro hanno il dollaro, ma noi abbiamo Allah”, ha detto in un discorso. Chiama la popolazione a mostrare la sua fiducia scambiando i sui risparmi in oro e valute per comprare lire turche. È poco probabile che questo ridicolo consiglio venga seguito, in un paese in cui si trovano in tutte le strade uffici cambi che evidenziano in testa del listino i corsi crescenti dell’euro e del dollaro ed inducono così i detentori di lire turche a venderle il più presto possibile.

La crisi, ciascuno in Turchia la vede con l’aumento continuo dei prezzi e la povertà crescente. Da tempo la popolazione ha cominciato a pagare, non solo per la contesa tra Trump ed Erdogan, ma per i lavori faraonici, per le avventure militari disastrose, per la guerra nel Curdistan, per la corruzione e le spese di mantenimento degli affaristi vicini al presidente. Rischia di pagare ancora ben più caro l’esigenza delle banche occidentali di essere rimborsate. Non è sicuro che Erdogan le possa nascondere ancora a lungo la fragilità della sua economia e quella del regime stesso.

A. F.


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