Internazionale
Editoriale

Una parodia di rivoluzione

Le crisi agiscono sulla società scuotendola e diffondendo paure, rabbia, insicurezza. Tanto più profonda è la crisi, tanto più vasti sono gli strati sociali che ne pagano in qualche modo il prezzo, tanto più diventa urgente, per la classe dominante, controllare le masse, in primo luogo quelle dei lavoratori salariati. Se uomini e partiti che fino a ieri riuscivano a garantire al sistema una certa stabilità, ora vedono la loro popolarità piombare sempre più in basso, bisogna che siano sostituiti. Ecco allora che, raccogliendo e facendo propria la domanda di provvedimenti radicali e risolutivi, si fanno avanti nuovi uomini e movimenti, partiti o formazioni politiche nuove o “rinnovate”, come nel caso della Lega di Salvini.
Cancellato il movimento operaio come attore politico, perfino nella sua forma socialdemocratica, l’iniziativa non poteva che passare alle forze più reazionarie. Il malcontento perde così ogni riferimento di classe e diventa semplicemente la spinta al cambiamento. Un generico risentimento senza un preciso ancoraggio sociale, che trova nel nazionalismo, come mille volte è già accaduto nel passato, il suo collante e la sua bandiera.
I primi passi del governo Salvini-Di Maio sul terreno sociale sono penosi. Lo sbandierato smantellamento del Jobs Act si è ridotto a una caricatura. Il principio fondamentale di quella disgraziatissima “riforma” varata dal centrosinistra è l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e, attraverso questo, la trasformazione della condizione degli operai, dei tecnici, degli impiegati in precari permanenti. I piccoli aggiustamenti previsti dal “Decreto Dignità” lasciano immutata la libertà di licenziamento in mano ai datori di lavoro. Non solo, le proteste della Confindustria hanno portato ad esaminare nuove forme di incentivi per le imprese che trasformino i contratti da “determinati” a “indeterminati”, seguendo così, esattamente, la via già battuta da Renzi.Al tutto si aggiunge il ritorno dei voucher.
Il PD ha pensato bene di opporsi al decreto sposando il punto di vista della Confindustria. Alla Camera ha presentato un emendamento per sopprimere l’articolo che aumenta le penalizzazioni per i datori di lavoro che licenziano senza giusta causa, dalle attuali quattro mensilità minime a sei e da 24 a 36 le massime, in rapporto all’anzianità aziendale del lavoratore licenziato. Un vero capolavoro! Lustrare le scarpe ai padroni e accreditare i Cinque Stelle come difensori degli interessi dei lavoratori.
Salvini, a detta di tutti i sondaggisti, sta facendo un pieno di consensi che va ben oltre quello registrato dal voto del 4 marzo. Prendersela con i disperati che rischiano la vita sui gommoni per cercare una possibilità di sopravvivenza è un’attività a basso costo e ad alta spettacolarità. Il capo della Lega eredita il “successo” di Minniti che, tramite oscuri e inconfessabili accordi, ha ottenuto la fattiva collaborazione del governo di Tripoli per intercettare il flusso di migranti che muovono dall’Africa centrale o dal Medio Oriente verso l’Europa. Le condizioni disumane nelle quali queste migliaia di uomini, di donne e di bambini vengono tenuti nei campi libici non interessavano allora né allo stesso Minniti né a Renzi, ma, allora come oggi, i rapporti della Croce Rossa e delle Nazioni Unite non lasciano dubbi.
Ma per quanto si sia abbrutita la cosiddetta “opinione pubblica”, per quanto anche larghi strati della classe lavoratrice subiscano l’influenza delle idee reazionarie, semi-naziste e xenofobe che ora si propagano dai più importanti ministeri, tutte le questioni più drammatiche che la crisi ha posto e continua a porre ai lavoratori e ai ceti popolari rimangono senza risposta. Prima delle elezioni, ad esempio, svariate trasmissioni televisive, hanno mostrato interviste a operai delle piccole e medie aziende del Veneto o della Lombardia. Gente senza grandi illusioni, i più anziani logorati da una vita di lavoro. Questi hanno votato Salvini soprattutto perché ha promesso l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni e, attraverso questa, la possibilità di nuove assunzioni stabili per figli e nipoti. Per questa quota di elettorato, le sparate contro le ONG, contro i migranti, contro i “burocrati di Bruxelles”, sono diversivi che hanno un’efficacia molto limitata nel tempo.
Per quanto tempo ancora Salvini può mantenere la sua popolarità? Meno sprovveduto di Di Maio e dei ministri 5 Stelle che, pure avendo beneficiato del doppio dei voti, lo seguono come cagnolini al guinzaglio, il leader della Lega sa bene che in qualche modo bisognerà almeno fingere di mantenere alcune delle promesse fatte in campagna elettorale. La cosa non si prospetta per niente facile, né per quanto riguarda le pensioni, né per la Flattax.Rispetto ai 5 Stelle, la Lega ha un gruppo dirigente molto più “istituzionale”, mantiene la sua alleanza con Forza Italia nelle regioni e nelle amministrazioni locali ed è incomparabilmente più legato agli ambienti imprenditoriali di cui è spesso espressione diretta. Non è improbabile che Salvini e i suoi stiano discutendo di come e quando capitalizzare il consenso che viene accreditato alla Lega anche a costo di sciogliere il “contratto” con i grillini. Una eventualità, questa, che viene chiaramente esplicitata dalFoglio del 19 luglio scorso. Il direttore, Claudio Cerasa, che si è evidentemente ritagliato un ruolo da grillo parlante della borghesia italiana, invita esplicitamente Salvini a rischiare la rottura con Di Maio sul “Decreto Dignità” e a diventare “la voce delle imprese nel governo”.
La “rivoluzione” dei 5 Stelle e della Lega è destinata a sgonfiarsi e a mostrarsi per la truffa che è. Se non c’è la spinta rivoluzionaria del proletariato nei confronti di un capitalismo la cui crisi è crisi di umanità prima ancora che crisi economica, c’è la farsa. La parodia della rivoluzione che finge di rappresentare il “popolo” per continuare a servire il capitalismo.


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