Internazionale
50 anni fa

Lo sciopero generale del maggio 68

La rivolta studentesca dei primi di maggio 1968 fece crollare il mito dello Stato gollista forte ed intoccabile, una leggenda che il Partito comunista francese (PCF) e la CGT avevano rafforzato per dieci anni. Gli studenti, con i sanpietrini in mano, avevano mostrato come fare vacillare il regime. La lezione non sarebbe stata persa.

I dirigenti del PCF, interessati a dare prova che potevano essere un partito di governo, ci tenevano a mostrarsi capaci di garantire la pace sociale grazie al controllo che esercitavano sulla classe operaia. PCF e CGT fecero di tutto per arginare la simpatia che si manifestava verso questa gioventù isorta. Ma, sia nelle fabbriche che da casa, il movimento era seguito con passione attraverso la radio.

A Parigi come nelle altre città, si vedevano sempre più giovani lavoratori raggiungere le manifestazioni, entusiasmati dal coraggio e dalla determinazione degli studenti. Furono loro che, alcuni giorni dopo, fecero penetrare il movimento nelle fabbriche. Un giorno determinante fu quello del venerdì 10 maggio a Parigi e la “notte delle barricate” nel Quartiere latino, con la sua esplosione di violenza poliziesca. Tutta la notte il paese seguì quel che stava succedendo. L’indignazione contro il potere era generale. In una settimana, il clima politico e sociale, lo stato d’animo di milioni di persone erano completamente cambiati. Si parlava politica nelle piazze, nei bar, ovunque.

Il 13 maggio e lo sciopero generale

Le confederazioni sindacali si sentirono costrette a proporre immediatamente una riunione ai dirigenti studenteschi e chiamarono insieme per il lunedì 13 maggio ad un giorno di sciopero generale e di manifestazioni in tutto il paese. La maggior parte dei lavoratori ebbe la notizia dalle trasmissioni radiofoniche durante il fine settimana e, senza alcuna preparazione, lo sciopero fu totale. A Parigi, centinaia di migliaia di dimostranti riempirono le strade dal nord al sud della città. Milioni di lavoratori sfilarono nel paese. Erano innanzitutto manifestazioni politiche contro il potere gollista. Gli slogan ripresi erano: “Abbasso lo Stato poliziesco„, “1958-1968: dieci anni bastano„ e soprattutto “ce n’est qu’un début, continuons le combat„ (è solo l’inizio, continuiamo la lotta„)

Il successo di questo sciopero generale e l’ampiezza delle manifestazioni galvanizzarono milioni di lavoratori e, lungi dal calmarli, diedero loro il desiderio di confrontarsi con il potere. Furono i giovani operai, presenti in tante fabbriche, a cominciare lo sciopero. Fin dal 14 maggio, quelli della fabbrica Sud-Aviation, nella periferia di Nantes, rifiutarono di riprendere il lavoro e trascinarono tutta l’azienda nello sciopero con occupazione, sequestrando il direttore per quindici giorni. L’esempio fu ripreso da migliaia di altri giovani operai che spesso, in alcune decine, si sparsero nelle officine per trascinare i loro compagni. Lo sciopero spontaneo, senza parola d’ordine né programma, si allargò in tutta una serie di fabbriche, fra cui le fabbriche Renault di Cléon, Le Mans, Flins, e infine giovedì 16 maggio in quella di Billancourt che contava decine di migliaia di lavoratori alle porte di Parigi.

La CGT generalizza lo sciopero per controllarlo meglio

Il movimento sembrava irresistibile e destinato a guadagnare la gran parte della classe operaia. Coscienti di quello che per loro era un pericolo, i dirigenti del PCF e della CGT cambiarono tattica. Non era più possibile opporsi al movimento, come avevano fatto tra gli studenti. Temevano, se vi si fossero opposti nello stesso modo, di perdere gran parte della loro influenza tra i lavoratori, come era successo tra gli studenti. Fin dal venerdì 17 maggio, i responsabili ebbero la consegna di portarsi ovunque alla testa degli scioperi e di occupare e chiudere le fabbriche per proteggerle, non da un’aggressione qualunque, ma dalla contaminazione delle idee propagate dagli studenti. Durante il fine settimana, la consegna fu: prendere l’iniziativa di mettere le imprese in sciopero chiedendo ai lavoratori di rientrare a casa, per lasciare ai piccoli gruppi sindacali il compito di occupare e soprattutto di decidere.

Le direzioni sindacali non ebbero tanta difficoltà a prendere o riprendere il controllo degli scioperi. I giovani operai, anche nelle fabbriche in cui avevano preso l’iniziativa di lanciare lo sciopero, non disputavano la direzione ai sindacati, anche quando questi erano più che reticenti al movimento. Per loro, la cosa che contava era lanciare lo sciopero, simbolizzato ovunque dalla bandiera rossa che sventolava sulle fabbriche.

Nei fatti, furono la CGT e il PCF che, con la volontà di avere un controllo assoluto sul movimento, lo generalizzarono a tutto il paese ed a tutte le professioni, in un clima in cui i lavoratori non attendevano altro. Il problema era che non esisteva nelle fabbriche, tranne poche eccezioni, un nucleo rivoluzionario capace di contendere ai responsabili sindacali la direzione del movimento.
Al culmine di quest’ultimo, ci furono 10 milioni di scioperanti nel paese, tre volte più che nel 1936. Molte categorie poco o non sindacalizzate si lanciarono nello sciopero, ben oltre alla classe operaia: gli artisti di teatro e di cinema, i calciatori, i giornalisti ed i lavoratori della radio e della televisione pubbliche. Nel paese, non ci fu più né metropolitana, né treni, né nessun trasporto pubblico, e nemmeno benzina nelle stazioni di servizio.

Nello sciopero generale del giugno 1936 i lavoratori rimettevano in discussione la proprietà dei borghesi, che si chiedevano come avrebbero riavuto indietro le loro fabbriche. Nel maggio 68, milioni di lavoratori fecero lo sciopero a casa. Ci fu però in tutto il paese un’atmosfera festiva ed il desiderio di discutere di tutto, della società e della possibilità di cambiarla. In tutti i quartieri, le città grandi o piccole, la gente si incontrava, si parlava, confrontava i punti di vista. In molte piazze, c’era un vero forum permanente. Per questo molti giovani operai, piuttosto che di restare chiusi nelle fabbriche, preferivano andare a vedere ciò che avveniva fuori, attirati dal movimento studentesco e dalle sue idee rivoluzionarie.

Il problema era che in generale queste idee restavano al di fuori delle fabbriche, dove gli apparati burocratici dettavano legge. CGT e PCF, maggioritari nella classe operaia, avevano aperto i cancelli e fatto di tutto per generalizzare lo sciopero e così per controllarlo, ma certamente non era con l’intento di fare male alla borghesia.

Il programma rivendicativo portato avanti dalla CGT fu estremamente vago: “Riduzione della durata del lavoro, aumento dei salari, vera politica dell’occupazione„, senza avanzare nessuna cifra! Ben lontano da ciò che era scaturito nelle fabbriche o negli uffici: nessun salario inferiore a 1.000 franchi, un aumento di 200 franchi per tutti, (cioè quasi 25% per la maggioranza degli operai), la scala mobile dei salari ed il ritorno immediato alle 40 ore.

Solo pochi giorni dopo la generalizzazione dello sciopero, negoziati segreti sarebbero cominciati tra la CGT ed il governo, per arrivare il 25 maggio alla commedia dei negoziati di Grenelle e ad un compromesso al ribasso con i padroni. Ma sbarazzarsi dello sciopero non sarebbe stato così semplice. E non fu tanto la determinazione degli scioperanti a fare difetto quanto la presenza di un partito capace di proporre una politica alternativa alla svendita da parte dei dirigenti delle burocrazie sindacali di questo sciopero massiccio ed entusiasta.

P.S.


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