Internazionale
Iran

La sommossa popolare di dicembre

Da “Lutte de classe” n° 189 – Gennaio / Febbraio 2018

Questo articolo, scritto a gennaio 2018, illustra la tesa situazione sociale che già esisteva in Iran, ben prima della decisione di Trump dell’8 maggio di uscire dall’accordo sul nucleare del 2015 che riapriva il mercato iraniano ai capitalisti occidentali.

L’Iran è stato scosso da un’ondata di manifesta­zioni contro il carovita, la disoccupazione, la corruzione e, più in generale, contro il regime. La sommossa, partita il 28 dicembre 2017 da Machhad, seconda città del paese, si è rapida­mente propagata ad una quarantina di città, a volte molto piccole.

Migliaia di giovani, disoccupati, lavoratori e pensionati si sono scontrati con le forze di repressione e se la sono presa violentemente con commissariati, edifici pubblici e centri religiosi. Dopo un po’ di giorni, di fronte alla repressione ed il terrore a cui ricorrono il regime, il movimento ha segnato il passo. Ciononostante, questa contestazione popolare sembra profonda ed è una seria minaccia seria per i mullah al potere da quasi quarant’anni.

Ironia della storia, sono stati i dirigenti religiosi ultraconservatori di Machhad, in particolare Ebrahim Raisi, candidato sconfitto da Hassan Rohani alle elezioni presidenziali del maggio 2017 e dirigente della ricchissima fondazione religiosa Astan-e Qods, ad incoraggiare involon­tariamente la contestazione. Infatti, costoro hanno organizzato una prima manifestazione contro il carovita con l’obiettivo di destabilizzare Rohani, ma sono stati scavalcati dal suo successo. Ciò che doveva essere solo un episodio nel conflitto tra i riformatori ed i conservatori al potere è sfociato nella più importante contestazione popolare di questi ultimi anni.

Un movimento popolare

Non è la prima volta che la repubblica islamica si confronta con movimenti di protesta. Nel 2009, milioni di persone appartenenti principalmente alla classe media, alla piccola borghesia urbana di Teheran, avevano manifestato per settimane contro la fraudolenta rielezione dell’ultra­conservatore Mahmud Ahmadinejad. Sostene­vano il candidato riformatore Mussavi, sperando nelle sue riforme, in una dittatura meno rigida e in più libertà. La repressione e la violenza delle milizie del regime, i bassidji, avevano allora troncato questo cosiddetto movimento verde. Ahmadinejad aveva potuto contare su un certo sostegno dei diseredati a cui la sua demagogia si rivolgeva, promettendo che ogni famiglia avrebbe ricevuto la sua parte delle entrate petrolifere.

Oggi ciò che avviene sembra ben diverso. La contestazione viene dalle classi più popolari, da quelli che hanno potuto in passato sostenere il regime. La sera dopo il lavoro, senza consegne né organizzazione, lavoratori salariati, disoccupati ed anche giovani si sono raggruppati nei centri di decine di città per gridare la loro rabbia.

Nelle ragioni della rabbia, la situazione economica

Le ragioni immediate della rabbia risiedono nell’aumento importante (più del 40%) del prezzo dei prodotti d’uso corrente, fra cui le uova, che le famiglie popolari mangiano spesso al posto della carne che non possono comprare, nell’aumento del prezzo della benzina e nella fine annunciata delle sovvenzioni mensili versate ai più poveri. È il risultato dell’austerità prevista nel bilancio 2018 dal governo del presidente riformatore Rohani, una politica che mira a ridurre la parte destinata alle classi popolari nel bilancio dello stato.

La miseria, lo sfruttamento e le crescenti diseguaglianze alimentano una sensazione d’ingiustizia contenuta da tempo, una cosa che spiega perché il movimento si è esteso così rapidamente a tutto il paese. Il problema essenziale è la disoccupazione: interessa più del 12% della popolazione attiva e, secondo le statistiche ufficiali, quella giovanile è del 28,8%. Ciò significa che c’è poca speranza di trovare un lavoro, particolarmente nelle cittadine di provincia.

I salari, erosi da un’importante inflazione, dell’ordine del 10% l’anno, sono bassi. Il salario medio di un funzionario equivale a 350 euro ed il salario minimo è vicino a 215 euro. Per milioni di lavoratori è impossibile vivere con un solo lavoro, occorre accumulare due o tre attività e praticamente battersi per tutto. Così, da più di un anno, lavoratori salariati, operai, insegnanti si raggruppano per chiedere semplicemente il versamento dello stipendio di cui non di rado i padroni e le amministrazioni sospendono il pagamento. L’agenzia di stampa ILNA (legata ai sindacati) ha riportato la lotta di parecchie centinaia di dipendenti del settore petrolifero sul sito di South Pars contro i ritardi di pagamento o contro le indegne condizioni di vita. Anche i piccoli risparmiatori sono stati indotti a mobilitarsi in questi mesi per recuperare le loro economie dopo il fallimento di numerose banche locali.

L’elezione di Rohani nel 2013, poi la sua rielezione nel 2017, avevano suscitato speranze. Questi affermava nella campagna elettorale che la sua politica d’apertura nei confronti delle grandi potenze avrebbe in fin dei conti permesso di creare posti di lavoro. La fine delle sanzioni economiche e gli investimenti esteri dovevano garantire uno sviluppo economico. Ma, dalla firma dell’accordo sul controllo del nucleare iraniano nel 2015, seguito dalla rimozione delle sanzioni economiche, niente si è concretizzato.

Contro i privilegiati del regime

La sensazione d’ingiustizia è profonda e non solo da oggi. Se l’economia ristagna, se le classi popolari si dibattono nelle difficoltà, la causa non è soltanto il rigoroso embargo imposto dagli Stati Uniti. Tutti constatano il cinico arricchimento dei dignitari del regime e delle loro famiglie, che approfittano delle entrate petrolifere e del controllo delle importazioni, e si accaparrano i beni dello Stato. La stampa ha fatto riferimento l’anno scorso ai salari strabilianti di alcuni dirigenti del settore pubblico o delle banche, superiori a 50 000 euro al mese.

Da mesi, nelle strade o nelle code ai negozi, si esprime apertamente l’idea che coloro che dirigono, ministri, alti funzionari, religiosi, sono dei ladri. La popolazione povera non sopporta più i privilegi di una piccola casta, i suoi favoritismi, il clientelismo, il fatto che molti dignitari non paghino le tasse o lo facciano ben di rado. Non sopportano più i privilegi di quelli che sono “i figli di questo o di quello”.

Molti eventi recenti hanno fatto crescere questo odio nei confronti degli esponenti del regime. Il 12 novembre 2017, il terremoto nella regione di Kermanshah ha fatto quasi 600 morti e decine di migliaia di sinistrati. Tutti hanno potuto constatare l’inerzia del potere, la sua indifferenza alla sorte dei più poveri. Solo il vasto slancio di solidarietà, in gran parte spontaneo, che ha toccato il paese ha attenuato le conseguenze dell’incuria dei poteri pubblici. A dicembre, nel quadro delle rivalità tra le varie frazioni del regime, il presidente Hassan Rohani ha pubblicato dettagli sulla generosità del bilancio dello Stato a vantaggio delle istituzioni religiose. Tutti hanno potuto leggere tali notizie sulla stampa e commentare le somme colossali di cui disponevano i religiosi: quasi il 40% del bilancio dello stato.

Non solo le istituzioni religiose, le loro scuole ed i centri di pellegrinaggio possiedono proprietà importanti, terre, alberghi, società, ma i dignitari religiosi, che si arricchiscono attraverso il loro funzionamento, rifiutano di pagare le tasse ed approfittano di sovvenzioni colossali versate dallo Stato. Questo è stato particolarmente scioccante per i poveri e per i disoccupati a cui si tolgono gli aiuti e che subiscono in pieno l’aumento dei prezzi degli alimenti di base, della benzina. Per questo la contestazione, che ha preso avvio con rivendicazioni economiche e con la denuncia delle condizioni di vita, ha rapidamente assunto un carattere politico radicale, con slogan apertamente ostili ai dignitari del regime, sia riformatori che conservatori.

I dimostranti di dicembre se la sono presa non soltanto con centri religiosi ma anche con la guida della rivoluzione, l’ayatollah Khamenei, colui che concentra la realtà del potere. “Abbasso il dittatore!” è stato uno degli slogan sentiti durante gli scontri di dicembre. Fino ad allora rimasto fuori dalle critiche popolari, il clero dispone di privilegi che ormai appaiono intollerabili e ciò è una novità. Per questi giovani e lavoratori arrabbiati, i dirigenti della repubblica islamica non sono più che vecchi retrogradi, corrotti e venali.

La pubblicazione nella stampa, a dicembre, della parte del bilancio assorbita dalle forze armate e dal costo degli interventi esteri condotti dai guar­diani della rivoluzione (i pasdaran), in Siria, Libano ed Iraq, ha contribuito a scandalizzare l’opinione pubblica. Contemporaneamente all’an­nuncio di una politica d’austerità, il presidente Rohani ha annunciato un aumento del 20% del bilancio destinato alle forze armate per l’anno 2018. I dimostranti hanno strappato e calpestato il ritratto del generale dei pasdaran, Ghassem Soleimanei, presentato come un eroe nazionale perché ha diretto le operazioni all’estero dell’Iran. Si sono sentiti slogan contro lo Hezbollah libanese, il cui dirigente Hassan Nasrallah si è vantato della generosità dell’Iran, e contro il costo di questi interventi militari.

Attraverso queste manifestazioni, migliaia di giovani, di operai, di poveri hanno manifestato il rancore accumulato: il loro odio verso il regime, i religiosi al potere ed i privilegiati. E questo rifiuto dei privilegiati al potere sembra toccare anche persone che finora erano devote al regime, come quei membri dei bassidjis, quelle milizie reclutate tra i poveri, che su numerosi video circolanti su Internet si possono vedere bruciare dimostrativamente la loro tessera d’adesione.

Il mito di una repubblica islamica attenta alla sorte dei poveri si è consumato. Il potere teocratico, le sue istituzioni, le sue milizie appaiono agli occhi di un certo numero di sfruttati come un potere dittatoriale che difende una casta privilegiata e che impone alla popolazione, ai lavoratori, alle donne un giogo medievale.

Mohammad Ali Jafari, il capo dei guardiani della rivoluzione, principale forza di repressione, ha affermato che il numero dei dimostranti ostili al regime “non è andato oltre i 15 000 in tutto il paese”. Vuol dire che erano molto più numerosi, forse dieci volte tanto. Può sembrare poco, in un paese di 82 milioni di abitanti. Ma in Iran, fare sciopero, manifestare e scendere in piazza può costare la vita e richiede una grande determinazione. Alcune decine di migliaia di poveri che hanno osato esprimere ciò che pensavano ci dicono di più sulla coscienza dei lavoratori che non quelle decine di migliaia di dimostranti convocati dal potere islamico dopo il 2 gennaio per sostenere il regime ai grido di: “offriamo alla nostra guida il sangue che scorre nelle nostre vene”.

Il rifiuto di tutti i rappresentanti del potere

Le frazioni conservatrici del regime o dei seguaci dell’ex presidente Ahmadinejad, al potere dal 2005 al 2013, hanno pensato di poter far leva sull’insoddisfazione popolare nelle loro rivalità contro Rohani ed il suo clan. Ma tutti i rappresentanti del potere, tutte le frazioni condividono lo stesso discredito. È così per Rohani ed i riformatori perché difendono una politica d’austerità contro le classi popolari, perché anche loro formano clan di famiglie multimilionarie; e così è per i conservatori, a causa dei privilegi esorbitanti che difendono ad ogni costo e perché impongono un giogo reazionario per quanto riguarda tutti gli aspetti della società, in particolare contro le donne.

Di fronte a questa ondata e dopo alcune esitazioni, riformatori e conservatori hanno fatto blocco. I sostenitori di Rohani hanno molto rapidamente avvertito i conservatori, ritenuti come “coloro che sembrano stare dietro le quinte„, e li hanno informati che avrebbero dovuto subire anche loro le conseguenze del fuoco che appiccavano, pensando così di colpire il governo. Nel constatare infatti che erano stati completamente scavalcati, tutti hanno sostenuto la repressione che è stata brutale, con 23 morti registrati e più di 3 700 arresti, secondo le cifre degli stessi mullah.

Se Jafari ha decretato “la fine della sedizione” e se i media occidentali riprendono l’idea di un ritorno alla calma, ciò è più che altro autosuggestione. Le informazioni che, nonostante la censura, circolano sulle reti sociali, ad esempio tramite il sistema Telegram, sembrano mostrare che la contestazione non è terminata. Si possono vedere giovani lanciare pietre contro le automobili di propaganda dei mullah inviate a diffondere degli Allah akbar (Allah è grande) per fuorviare la rabbia. In molte città, i funerali delle vittime della repressione si sono trasformati in manifestazioni.

Raggruppamenti abbastanza massicci si formano davanti alle prigioni, in particolare quella di Evin a Teheran, sia per esigere la liberazione dei dimostranti arrestati che per denunciare la tortura contro i prigionieri. I dirigenti di alcuni sindacati indipendenti, come Jafar Azimzadeh, hanno lanciato il 2 gennaio appelli ad uno sciopero che sembra aver preso avvio nel settore petrolifero nel sud-ovest del paese, in particolare a Assalouyeh.

Si vedrà in futuro se lo sciopero parte davvero e si estende ad altri settori, e più generalmente se la contestazione segna il passo o no. In ogni caso, è solo con le sue armi di classe, fra cui lo sciopero, e con il suo ruolo insostituibile nel funziona­mento di tutta l’economia che la classe operaia iraniana, numerosa e relativamente concentrata, può combattere il regime e far avanzare le sue rivendicazioni.

In ogni caso, se il regime ha reagito così rapidamente e brutalmente, è perché ha visto il pericolo. I suoi esponenti si sentono incapaci di risolvere i problemi economici della popolazione. Sanno, perché hanno vissuto la rivoluzione di 1979, che ci sono in Iran milioni di lavoratori, di operai, di poveri, di sfruttati che rappresentano una forza sociale capace domani di spazzare via il regime ed i suoi tirapiedi.

Se alcune decine di migliaia di lavoratori e di sfruttati suscitano la paura dei mullah, significa che devono ispirare una speranza ed una fiducia nell’avvenire a tutti coloro che, in Iran o nel mondo, aspirano alle trasformazioni sociali ed alla caduta di questa dittatura. Perché questa speranza si concretizzi, sarà vitale che coloro che hanno cominciato a ribellarsi non lascino questa o quella forza politica esprimersi al loro posto allo scopo di prendere la testa della loro mobilitazione.

Per questo, i lavoratori devono portare avanti le proprie rivendicazioni, i loro obiettivi politici in nome di tutti gli sfruttati del paese, e soprattutto creare i propri organismi per conservare il controllo della loro ribellione e dirigerla fino in fondo. Ciò implica che dei militanti, dei lavoratori, dei giovani e degli intellettuali ne facciano la loro politica.

Nessuno dei mali che denunciano i dimostranti, come il carovita, la disoccupazione di massa, il saccheggio dell’economia da parte degli abbienti, sarà risolto da un cambiamento dei rapporti di forza all’interno del regime dei mullah o dalla sostituzione di Rohani con questo o quell’altro. La caduta della repubblica islamica rappresenterebbe innegabilmente una speranza immensa per oppressi, ma non basterebbe, di per sé, a porre termine al loro sfruttamento. In particolare, se la caduta del regime dei mullah fosse seguita dal ritorno di Reza Pahlavi, il figlio del vecchio scià, i cui sostenitori si mobilitano dietro le quinte e ne fanno applaudire il nome nelle manifestazioni in corso.

Le classi popolari iraniane non possono certamente contare sulle grandi potenze perché le aiutino a far cadere il regime. I media e i dirigenti occidentali hanno sottolineato l’assenza di direzione politica e di portavoce visibili in questa contestazione, e ciò li preoccupa. Se nel 2009 avevano mostrato empatia nei confronti dei dimostranti che denunciavano Ahmadinejad e riponevano la loro speranza nei riformatori del regime, oggi invece sono prudenti. Sul modello di Macron, i dirigenti europei hanno lanciato appelli a Rohani perché ripristini il dialogo sociale e riprenda il controllo della situazione. Il presunto riformatore Rohani è un buon interlocutore per i capitalisti europei, a cominciare dalle società petrolifere Total, Shell o BP.

Trump, da parte sua, è sembrato desiderare esplicitamente la caduta del regime twittando che “i regimi d’oppressione non possono durare eternamente„ e denunciando “la corruzione del regime che sperpera la ricchezza nazionale per finanziare il terrorismo all’estero„. Lo stesso Trump, facendosi interprete delle preoccupazioni delle società petrolifere americane, che temono la concorrenza del petrolio iraniano in caso di rimozione definitiva delle sanzioni economiche, minaccia da mesi di rimettere in discussione l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano.

Gli interessi degli imperialisti europei ed ameri­cani non sono esattamente identici in Iran. Gli Stati Uniti, pertanto, se sono ostili alla repubblica islamica sin dalla sua instaurazione nel 1979, hanno saputo allo stesso tempo avvalersene come potenza regionale e come apparato di repressione contro il suo popolo. Se la sommossa attuale, o la prossima, dovesse approfondirsi fino a far cadere il regime dei mullah, gli imperialisti americani come quelli europei userebbero tutti i loro mezzi per tentare di sostituirlo con un regime rispettoso dell’ordine sociale e del loro ordine mondiale.

11 gennaio 2018


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