Internazionale

Come Lotta comunista trasforma il marxismo

Dal sito di “Lutte de classe”

In un articolo pubblicato nelle colonne del suo giornale, articolo che riproduce una lettera inviata alla redazione di Lutte de classe, l’organizzazione italiana Lotta comunista ha voluto rispondere al nostro articolo “bordighismo e trotskismo„ apparso nel nostro n° 188, e soprattutto a ciò che in esso la riguardava direttamente. Pubblichiamo qui il nostro commento, come pure la lettera di Lotta comunista testé menzionata.

In questa lettera Lotta comunista tiene in particolare a dare precisazioni al riguardo della sua storia. Ricordiamo, tuttavia, che l’articolo era dedicato alla corrente bordighista e non a Lotta comunista, che citavamo soltanto come una delle correnti esistenti in Italia e rimaste segnate, a parer nostro, dal bordighismo. Esso, dunque, non aveva affatto lo scopo di illustrare la storia di questa organizzazione.

Contrariamente a ciò che sembra credere Lotta comunista, non ignoriamo, ovviamente, l’origine anarchica dei suoi principali fondatori, il più importante dei quali fu Arrigo Cervetto. Costoro, dopo aver militato nei GAAP (Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria) e partecipato al Movimento della Sinistra Comunista (MSC) giunsero a fondare Lotta comunista nel 1965. Ma la questione è di sapere se, il fatto che un militante come Cervetto si sia richiamato all’anarchismo all’inizio del suo percorso porti l’organizzazione che egli ha fondato a continuare a farlo in un modo o nell’altro. Ci sembra di no ed è probabile che ogni militante anarchico che conosce un po’ Lotta comunista sarebbe molto sorpreso se qualcuno gli dicesse che questa organizzazione, che gode in Italia di una reputazione di rigidità e di verticalità, è da ricollegare alla corrente libertaria. Essa non lo pretende ovviamente, ma allora perché questa insistenza a chiederci di ricordare gli inizi anarchici di Cervetto, cosa che è puramente aneddotica poiché egli stesso aveva completamente rotto con quest’ispirazione iniziale?

Lotta comunista nega che il titolo di “gruppi leninisti della sinistra comunista„ debba essere inteso come un richiamo alla sinistra comunista, in altre parole alla denominazione storica della corrente bordighista, e ce ne dà un’altra spiegazione. Non può tuttavia ignorare che è bene il senso politico che ha preso il termine di sinistra comunista in Italia. Ma il problema è anzitutto di sapere a quale metodo si ricollega le analisi ed i principi politici di quest’organizzazione e ciò che hanno di giusto o di falso da un punto di vista marxista, cioè per quanto riguarda la comprensione dei compiti dei rivoluzionari proletari alla nostra epoca. È dal punto di vista di questi metodi che Lotta comunista ha molte caratteristiche comuni con il bordighismo.

Abbiamo scritto nel nostro articolo che “Lotta comunista si riferisce a Lenin molto più che a Bordiga, ma conserva le principali caratteristiche della corrente bordighista. Le sue analisi e quelle del suo fondatore Arrigo Cervetto, restano segnate da questa versione formale del marxismo che vede nei fenomeni politici il riflesso diretto e meccanico dell’economia, una concezione che non ha molto a che vedere con il leninismo, né con il marxismo. Le stesse analisi dimostrano un’incomprensione del fenomeno imperialista così come lo descriveva Lenin„. È un’opinione, la nostra, che Lotta comunista può naturalmente non comprendere e contestare, e l’opposto sarebbe del resto stupefacente. Ma contrariamente a ciò che scrivono questi compagni, tale opinione è fondata sulla nostra conoscenza di questa organizzazione; non quella di tutti i dettagli del percorso dei fondatori, ma dei suoi modi di intervenire e dei suoi ragionamenti quali si possono apprendere attraverso la propria stampa. È del resto la sola cosa che merita realmente di essere discussa.
I nostri lettori a ciò interessati possono ovvia­mente farsi la loro opinione riferendosi al gior­nale Lotta comunista oppure a L’internationaliste che ne è sostanzialmente la traduzione in lingua francese. Tuttavia, anche il solo articolo che questi compagni ci inviano è significativo.

Astensionismo “strategico„… o assenza d’intervento politico?

Così, sull’astensionismo, riconoscono “che Lenin aveva ragione e che Bordiga aveva torto“ e fanno una sottile distinzione tra l’astensionismo di Bordiga, che sarebbe stato un astensionismo di principio, e il loro, che sarebbe un astensionismo strategico, in quanto si basa sul fatto che “per lo stesso padronato, il parlamento non è più al centro della decisione legislativa, per cui il suo utilizzo come “tribuna parlamentare„ è svuotato del suo senso". Questo ragionamento è abbastanza significativo dello schematismo di questi compagni e al contempo della loro ignoranza della storia del movimento operaio come pure della storia tout court.

È vero che nei paesi imperialisti cosiddetti democratici il ruolo proprio del parlamento è andato riducendosi, ma d’altra parte questo non ha mai avuto il ruolo fondamentale che Lotta comunista gli attribuisce nell’ambito del potere della borghesia e nell’elaborazione delle sue leggi. Tranne durante periodi molto particolari ed in ogni modo storicamente molto brevi, i legami diretti tra i grandi capitalisti, le banche ed i vari ingranaggi dell’apparato di Stato hanno sempre svolto, da questo punto di vista, un ruolo molto più grande di quello dei parlamenti stessi, ridotti ad un ruolo di facciata democratica, che mira a dare al popolo l’impressione che ha voce in capitolo, mentre tutte le vere decisioni sono prese senza di esso e contro di esso.

Se si vuole parlare del modo in cui partiti come il partito socialdemocratico tedesco o i partiti socialisti francesi ed italiani hanno utilizzato la “tribuna parlamentare„ prima del 1914, tale espressione non può designare soltanto i discorsi che i loro dirigenti facevano in occasione delle sedute dei loro rispettivi parlamenti. In un periodo segnato dall’ascesa del movimento operaio e prima ancora di riuscire ad avere degli eletti, questi partiti hanno utilizzato le campagne elettorali per opporre i loro candidati a quelli dei partiti borghesi, per farli conoscere e far conoscere i loro militanti e le loro organizzazioni, nonché per esporre il proprio programma alle masse. Si può dire che per la costruzione di questi partiti, per il loro radicamento territoriale, queste campagne hanno svolto in se stesse un ruolo importante, anche quando non portavano all’elezione di deputati o ne permettevano soltanto l’elezione di un numero molto ristretto. E se il fatto di avere degli eletti dava a questi partiti una certa autorità politica, questa era più il risultato dell’influenza conquistata nell’ambito delle masse che degli interventi che essi potevano fare in occasione delle sedute parlamentari, il cui contenuto, ad ogni buon conto, poteva essere conosciuto dalle masse soltanto a condizione che esistessero abbastanza militanti e strutture del partito per trasmetterlo e farlo conoscere nelle fabbriche e nei quartieri.

“È ormai chiaro che la maggioranza degli operai e dei lavoratori dipendenti non vota„ dichiara Lotta comunista, traendo una conclusione definitiva e perentoria dell’importanza dell’astensione negli ambienti popolari quale si può misurare nel corso delle recenti consultazioni elettorali, o almeno di alcune. Questa constatazione contiene soltanto una piccola parte di verità. Si dimentica che non soltanto nei vecchi paesi imperialisti, ma anche in un grande numero di altri, i periodi elettorali continuano ad essere periodi privilegiati, almeno nel senso che le masse, ivi compresa la maggioranza dei lavoratori dipendenti, continuano ad avere l’illusione di poter pesare sulla politica adottata e sono portate ad interessarsi allora un po’ più del solito ai programmi che vengono loro proposti.

Naturalmente, quest’illusione è incoraggiata dal sistema politico e mediatico. Quanto a pensare che per i rivoluzionari il fatto di presentarsi ad un’elezione contribuisca, come dice la lettera, “ad accordare una nuova legittimità ad un’istituzione borghese che il padronato stesso ha spogliato di qualsiasi significato„, c’è di che sorridere. È tutto il sistema politico e mediatico che contribuisce a dare una legittimità a quest’istituzione borghese che è il Parlamento, e dietro di esso c’è il padronato e la borghesia in generale che vi sono interessati. Infatti, questi non hanno affatto “spogliato di qualsiasi significato„ l’istituzione parlamentare. È più giusto dire che per ciò che li riguarda hanno tutti i mezzi per superarla utilizzando circuiti più diretti per ottenere dello Stato le decisioni che importano loro. In compenso il padronato e la borghesia capiscono molto bene che è nel loro interesse mantenere, ad uso delle masse, l’illusione che hanno il diritto democratico di scegliere tra le politiche ed i dirigenti che si propongono al loro voto. La questione per i rivoluzionari è di sapere se vogliono cogliere l’occasione, offerta dai periodi elettorali, di rivolgersi alla loro classe sul terreno politico o se preferiscono lasciarne il monopolio ai partiti borghesi. Quanto a sapere se così anch’essi contribuiscono - in misura comunque limitata alla loro influenza - “a dare una legittimità a quest’istituzione borghese„, tutto dipende dalla campagna che conducono e dalla loro capacità di farne o meno una denuncia concreta della politica della borghesia e delle sue istituzioni.

Una tribuna che non si colloca soltanto nel Parlamento

Fin dal momento in cui ne ha avuto i mezzi concreti, Lutte Ouvrière ha scelto di cogliere l’occasione offerta dalle elezioni e ciò le ha almeno permesso, in particolare in occasione delle campagne delle elezioni presidenziali, di farsi conoscere politicamente su scala nazionale, oltre ai settori d’influenza diretta dei suoi militanti. È semplicemente cercare di tradurre, nelle circostanze attuali, la politica che era quella di Lenin. Quando questi e l’Internazionale comunista degli inizi raccomandavano ai partiti comunisti nascenti di saper utilizzare “la tribuna parlamentare„, ovviamente lo intendevano in un senso ampio e non soltanto nel senso che questi partiti, quando avevano eletti, dovevano intervenire in occasione delle sedute delle assemblee. Intendevano, con ciò, che occorreva servirsi delle istituzioni borghesi, compresa la semplice esistenza di elezioni, per rivolgersi alle masse. In ciò si mettevano nella continuità di una tradizione del movimento operaio che ripudiava l’astensionismo. Il fatto per Lotta comunista di aggiungere a quest’ultimo l’aggettivo “strategico„ non cambia nulla alla natura di questa politica, che non è nulla di diverso che una fuga. Ma né le lezioni di marxismo, né gli eruditi commenti sull’economia possono sostituire, per un’organizzazione comunista rivoluzionaria, il necessario intervento politico. È una cosa che Lotta comunista sembra disdegnare non soltanto in occasione dei periodi elettorali, ma sempre.

Notiamo del resto che, in un articolo scritto nel 1968, Cervetto spiegava la scelta dell’astensionismo “strategico„ in modo più circostanziale, con il fatto che “il partito rivoluzionario è ancora nella fase di preparazione dei suoi quadri“. Ricordava anche che “ogni partito seriamente rivoluzionario cercherà di utilizzare tutte le possibilità di lavorare legalmente che gli sono offerte obiettivamente„. Infine, aggiungeva che nella questione dell’utilizzo tattico “della tribuna parlamentare„, occorreva anche fare un’analisi concreta “della possibilità di applicare il principio nell’attuale situazione reale “. Cinquant’anni dopo, ci si può chiedere se Lotta comunista, sebbene certamente uscita “dalla fase di preparazione dei suoi quadri„, si sia realmente dedicata a questa analisi concreta.

Quanto alla situazione d’oggi, non ci si deve ingannare quando si constata che dei lavoratori si rifugiano nell’astensione, come si è verificato in particolare al momento di recenti consultazioni elettorali in Italia o in Francia. Per la maggior parte di loro, ciò non esprime una presa di coscienza del vero ruolo delle istituzioni borghesi e del carattere fallace dei cambiamenti promessi in occasione delle elezioni, ma semplicemente una delusione nei confronti dei candidati e dei partiti esistenti. Questa delusione è spesso molto pronta a trasformarsi in adesione ad un partito che avrà saputo dare l’illusione dell’innovazione, di una rottura con i governanti precedenti, o di una rottura con “il sistema„. Gli esempi sono stati numerosi in questi ultimi anni nei paesi europei, dal movimento di Beppe Grillo in Italia a Podemos in Spagna, alla “Francia ribelle„ di Mélenchon o al Fronte nazionale di Marine Le Pen, o anche “alla Repubblica in marcia„ di Macron. Se questi voti non vanno ai candidati rivoluzionari quando ci sono, non è affatto per caso, bensì perché è in realtà all’interno del sistema politico che questi elettori cercano soluzioni, anche fra i lavoratori e le classi popolari. Ciò significa che le illusioni elettoralistiche conservano una grande forza, e spiega d’altra parte il poco di credito che le idee rivoluzionarie trovano nelle masse. È vero che, essenzialmente, questo credito non si guadagnerà nel corso delle elezioni. Ma non si guadagnerà neppure voltando le spalle sdegnosamente ai lavoratori nel momento in cui si pongono almeno alcune domande politiche.

Su questo piano l’errore di Lotta comunista è un errore frequente, che ritroviamo nell’estrema sinistra, ed è esattamente quello che denunciava Lenin nel suo libro la malattia infantile del comunismo. Esso consiste nel confondere l’analisi che si può fare di una situazione con la coscienza che i lavoratori ne hanno. Ma anche se da un punto di vista storico la borghesia ha superato l’epoca in cui aveva bisogno delle istituzioni parlamentari a suo uso, la questione è di sapere se le masse popolari, dal canto loro, ne hanno coscienza. Ma Lotta comunista preferisce visibilmente contemplare se stessa, far assurgere le sue pretese ad una “strategia „ senza consistenza, anziché preoccuparsi di ciò che pensano i lavoratori e trovare i mezzi per rivolgersi loro sulla base del livello di coscienza che questi posseggono.

Riportiamo di passaggio ciò che dice Lotta comunista “della pratica di accettare rimborsi elettorali da parte dello Stato borghese” che sarebbe quella di Lutte ouvrière. È un’osservazione gratuita, ma che comporta sottintesi calunniosi. Lotta comunista sembra ignorare che la legge elettorale francese - molto diversa dalla legge italiana - esclude generalmente il rimborso delle spese elettorali ai candidati o alle liste di candidati che hanno ottenuto meno del 5% dei voti, pur mettendo a loro carico l’edizione e la fornitura delle schede elettorali e delle dichiarazioni d’intenti inviate agli elettori. È ovviamente una misura volta ad impedire o limitare la presenza di candidati o di correnti che non hanno gli importanti finanziamenti di cui possono disporre i partiti borghesi. La conseguenza è che il fatto di presentarsi alle elezioni implica un grande sforzo finanziario da parte dei militanti che fanno questa scelta.

Non accettiamo dunque i sottintesi di questa frase, che suggerisce che le nostre campagne elettorali sarebbero finanziate dallo Stato mentre lo sono nella loro quasi totalità da parte dei militanti e di tutti coloro che li sostengono. Come “astensionista strategica„, Lotta comunista non si chiede ovviamente quali problemi pratici si pongono ad un’organizzazione che fa la scelta di presentare candidati alle elezioni. È una posizione facile, ma che non conduce da nessuna parte.

In un altro campo, per difendere la loro concezione del “partito scienza„, questi compagni ci ricordano che il marxismo vuole essere una concezione scientifica del mondo ed in particolare della storia delle società. Vogliono insegnarci che occorre “conoscere la classe dominante„, studiare le sue contraddizioni, ecc.… E ci spiegano che sarebbe questo il contributo teorico di Cervetto, che aveva concluso sulla necessità “dello studio della lotta delle correnti politiche„ e per ciò “di ricercare la combinazione multiforme che deriva dal groviglio dei fattori determinanti dell’economia con la storia, le culture politiche, “il fattore morale„, cioè i caratteri nazionali “. Ma che bella scoperta! Cosa hanno dunque fatto i marxisti in quasi due secoli - ad iniziare da Marx- se non di cercare di comprendere, a partire da un’analisi di classe, qual è il gioco dell’insieme di questi fattori?

Tanto meglio dunque se, più di un secolo dopo Marx, Cervetto ha scoperto il marxismo ed il suo metodo scientifico, anche se ciò non prova che abbia compreso come servirsene. Quanto a Lotta comunista, essa poteva risparmiarsi questa lezione di scienza destinata a Lutte ouvrière poiché mostra soprattutto che non ha compreso di cosa stavamo trattando.

Ogni militante ispirato dal marxismo sa che occorre partire da una conoscenza delle situazioni, e che è questo metodo scientifico che può fornire le chiavi di un’analisi delle forze economiche, delle relazioni tra le classi e dei conflitti tra gli stati, e così facendo aiutare a definire la politica e gli orientamenti di un’organizzazione comunista rivoluzionaria. Per Marx ed Engels, Lenin, Trotsky e tanti altri, ciò era evidente. Sulla base di questa concezione lottavano per la formazione non di “partiti-scienza„, ma di partiti o di Internazionali comuniste rivoluzionarie, come noi tentiamo di fare.

La questione non è dunque di sapere se occorre o no basarsi sull’atteggiamento scientifico marxista, ma perché Lotta comunista prova la necessità di farsi bella con queste denominazioni di partito-scienza, o di partito-strategia, non soltanto quando insegna il marxismo ai suoi militanti, ma quando si rivolge ai lavoratori. In realtà questi termini coprono un metodo politico, una concezione della relazione tra l’organizzazione rivoluzionaria ed i lavoratori che è profondamente falsa. È di ciò che parliamo.

Il comportamento di militanti che si vantano del comunismo, e che lo fanno sulla base dell’atteggiamento scientifico marxista, non può essere di esporre la loro “scienza„ dinanzi ai lavoratori per dimostrare la loro competenza. Deve essere improntato all’utilizzo di questa scienza, al metterla in pratica per rivolgersi a loro, per guadagnarli ad una politica sulla base del loro livello di coscienza e delle loro preoccupazioni. Si tratta, per questi militanti, di dimostrare che meritano la fiducia dei lavoratori, che hanno la capacità di essere una direzione per le loro lotte e per la rivoluzione. Come l’ingegnere apprende la sua scienza e le sue tecniche nelle scuole e nei libri, per poi saperle mettere in pratica nella vita, un partito rivoluzionario munito della scienza marxista non può accontentarsi di mostrare i suoi diplomi alla classe operaia; deve servirsi delle sue conoscenze per impegnarsi nella lotta politica e sociale e così facendo i suoi militanti possono legarsi ai lavoratori e guadagnarne la fiducia.

Sta tutta qui la differenza, che sottolineavamo nell’articolo di Lutte de classe tra una politica di proclamazione ed una vera politica rivoluzionaria. Da parte di Lotta comunista, il suo dichiararsi “il partito scienza„ copre un metodo che l’accomunano a quei militanti che Trotsky criticava parlando dei bordighisti, definiti come coloro “che sperano che l’avanguardia del proletariato si convincerà, attraverso lo studio di una produzione teorica di difficile lettura, della giustezza delle loro posizioni e presto o tardi si riuniranno attorno alla loro setta„. Basta dare un’occhiata al giornale Lotta comunista per convincersi che è quello il suo atteggiamento e che, da questo punto di vista, Lotta comunista si ispiri molto più al bordighismo che non al leninismo, che lo voglia o no.

La questione non è del resto indipendente dalla questione trattata nello scambio di lettere tra le nostre due organizzazioni, pubblicata nello stesso numero di Lutte de classe. Rimproveravamo a questi compagni - e continuiamo a rimproverare loro - la tendenza a prendersela fisicamente ai militanti che li criticano. Nel corso di questo scambio Lotta comunista invocava la necessità di difendere la sua organizzazione contro ciò che definiva “insulti„ o “delazione„. Non ci lasciamo trarre in inganno da questo genere di epiteti, che introducono volontariamente una confusione.

Naturalmente qualsiasi militante è attaccato alla sua organizzazione, a tutto ciò che rappresenta di capitale politico, di convinzioni, ivi compresi i legami umani. Capiamo che i militanti di Lotta comunista abbiano a cuore di difendere il patrimonio che essa rappresenta per loro. Ma occorre anche sapere ciò che si difende e come. Un’organizzazione rivoluzionaria può ovviamente dover difendere le sue sedi e i suoi militanti, anche fisicamente, contro attacchi che vengono dalla borghesia. Ma è tutt’altra cosa prendersela fisicamente con altri militanti che si richiamano alle idee rivoluzionarie e alla classe operaia, solo perché questi esprimono critiche a Lotta comunista, per quanto sgradevoli e polemiche possano essere. Di fronte a loro, la difesa della propria organizzazione può obbedire soltanto a criteri politici. Si tratta di difendere le sue idee e tentare di convincere gli altri, cosa che, del resto, è anche un modo di verificare la loro giustezza. Quest’atteggiamento deve essere la regola tra militanti ed organizzazioni che hanno in comune il richiamarsi agli interessi dei lavoratori, e non si tratta d’altro che del rispetto dei principi della democrazia operaia.

Non basta dunque assimilare le critiche a “insulti„ o a “delazione„ per giustificare il ricorso all’intimidazione fisica. Il ricorso a questo metodo dovrebbe allarmare ogni militante, poiché si ricollega semplicemente ai metodi staliniani. Non è in fondo sorprendente: nella concezione del “partito scienza„ così come la professa Lotta comunista, c’è l’idea che, in quanto proprietaria della scienza marxista, essa ha il diritto di imporre le sue ragioni a chi le contesta questa proprietà. Tra questa concezione e quella difesa dai partiti staliniani, che nell’autoproclamarsi “partiti guida„ della classe operaia si ritenevano in diritto di decidere al suo posto e di eliminare i loro oppositori, non c’è purtroppo lontananza.

Sull’ignoranza e la sua entità

La lettera di Lotta comunista, che ci accusa d’ignoranza per quanto riguarda la sua organizzazione, è purtroppo rivelatrice di un’ignoranza politica stupefacente su molti punti, e non soltanto in relazione a Lutte ouvrière con cui pretende di confrontarsi. Così Lotta comunista rimprovera a Trotsky ed a Bordiga, accomunandoli, di aver sottovalutato “la tendenza storica allo sviluppo del capitalismo concependo gli anni 1920 e 1930 come tendenza storica alla stagnazione, con le conseguenze politiche e strategiche che ciò implicava”. Si resta di stucco dinanzi a tale frase. Il crack dell’ottobre 1929 aveva fatto piombare il mondo capitalistico in una crisi economica senza precedenti, con un’impennata catastrofica della disoccupazione e conseguenze altrettanto catastrofiche come l’arrivo del fascismo in Germania ed il cammino verso la seconda guerra mondiale. Più ancora che di una “tendenza alla stagnazione„, ciò era, in ogni caso per Trostsky, significativo del fatto che il capitalismo fosse ormai diventato un freno allo sviluppo dell’umanità, che il suo mantenimento non sarebbe potuto essere che sinonimo di nuove catastrofi e che occorreva fare di tutto perché, nel corso o all’uscita dalla guerra, il proletariato potesse invertire tutto questo con una rivoluzione. Più che mai, l’alternativa posta all’umanità era: socialismo o barbarie. Dobbiamo ritenere che Lotta comunista, se fosse esistita negli anni trenta, di fronte alla crisi, al fascismo ed al cammino verso la guerra, avrebbe preferito spiegare alla classe operaia che doveva piuttosto prepararsi… ad un lungo ciclo di sviluppo?

Generalmente, del resto, il capitalismo conosce delle crisi, spesso catastrofiche, ma finché il proletariato non sarà in grado di dare loro uno sbocco rivoluzionario, questo sistema finirà sempre per dar loro la sua soluzione, e ciò indipendentemente dal prezzo da far pagare all’umanità, anche se questa “soluzione„ dovesse comportare una guerra mondiale e distruzioni catastrofiche. Il sistema potrà allora trovare il modo di ripartire verso un nuovo ciclo, a costo di causare, alcuni decenni più tardi, crisi ancor più drammatiche. Il ruolo di militanti rivoluzionari consiste nel preparare il proletariato a dare la sua soluzione alla crisi rovesciando il sistema capitalistico o, al contrario, di predire che, qualsiasi cosa si faccia, questo sistema finirà sempre per uscirne?

Se si ritorna alla fine della seconda guerra mondiale, è vero che questa non si è tradotta in rivoluzioni nei paesi sviluppati, anche se nel terzo mondo si sono prodotti molti sconvolgimenti rivoluzionari. È un dato di fatto che il proletariato non è stato in grado di dare uno sbocco rivoluzionario alla crisi enorme che la stagnazione degli anni trenta e la guerra stessa avevano rappresentato. Si può concludere che tra la maturazione delle condizioni oggettive -la crisi del capitalismo- e quella delle condizioni soggettive -la maturità del proletariato e la sua capacità di rovesciare questo sistema- c’è uno scarto importante. È qui tutto il problema dell’epoca che viviamo. Ma il giudizio di Lotta comunista su ciò che si è prodotto dopo la seconda guerra mondiale riproduce lo stesso errore citato in precedenza. Essa vede in ciò che gli economisti borghesi hanno chiamato “i trenta gloriosi„ anni dell’economia “un ciclo colossale di sviluppo capitalistico„. Quanto allo scoppio della crisi petrolifera del 1973 che ha chiuso questo ciclo, vi vede una semplice “crisi di ristrutturazione„ che si traduce con la nascita di nuove potenze, di nuovi conflitti, ma che non pone la questione della sopravvivenza del sistema capitalistico in quanto tale. In effetti, Lotta comunista poteva dire in anticipo, grazie alle sue qualità di “partito scienza„ che il capitalismo disponeva ancora “di molti margini di sviluppo„. È curioso che gli stessi capitalisti non abbiano questa fiducia incrollabile nel loro sistema, tanto da causare periodicamente crack in borsa precisamente per paura di ciò che può verificarsi al riguardo dei loro investimenti.

Lotta comunista dimentica che “i trenta gloriosi„ non soltanto non sono stati realmente trenta, ma sono stati un po’ “gloriosi„ solo in un piccolo numero di paesi, prima che il mondo capitalistico ripiombasse fino ai nostri giorni in ciò che anche alcuni economisti borghesi qualificano come tendenza “alla stagnazione secolare„. Essa dimentica che il sistema capitalistico riproduce in modo permanente il sottosviluppo in ciò che definisce sprezzantemente “la zona dell’arretratezza ossia quasi i 2/3 della popolazione mondiale“, un fatto al quale il relativo emergere di potenze come la Cina o l’India non cambia nulla di fondamentale. Dimentica così il terribile prezzo umano di questo mantenimento del sistema capitalistico ben oltre il periodo in cui aveva potuto essere, preso globalmente, un fattore positivo per lo sviluppo dell’umanità. Lenin, nel suo libro L’imperialismo, fase suprema del capitalismo dava già questo significato alla fase imperialista: per lui non era un episodio “di ristrutturazione„ ma il segno che il sistema capitalistico era definitivamente diventato un freno allo sviluppo delle forze produttive dell’umanità. Ciò non significava l’arresto del progresso tecnico e non escludeva neppure la possibilità di margini di sviluppo in alcuni periodi ed in alcuni paesi, ma metteva all’ordine del giorno la lotta del proletariato per rovesciare questo sistema, pena nuove catastrofi per l’umanità. Anche per Lenin l’alternativa era: socialismo o barbarie.

In questo campo come in altri, Lotta comunista non ha compreso Lenin e preferisce predire beatamente i cicli dello sviluppo capitalistico, senza mai denunciare le contraddizioni ed il prezzo che la sopravvivenza di questo sistema fa pagare all’umanità. In questo discorso da economisti che pretendono di fare previsione, non si trova traccia di un ragionamento sulla necessità per il proletariato di sostituire questo sistema economico che ha fatto il suo tempo, in altre parole nessuna propaganda concreta per il socialismo ed il comunismo. Ciò non può essere l’atteggiamento di un partito rivoluzionario proletario, il cui scopo non è di commentare l’evoluzione del capitalismo come se fosse un osservatore situato sul pianeta Marte, ma di condurre una lotta politica che prepari il proletariato a rovesciarlo.

Lutte ouvrière si ricollega al trotskismo, al leninismo ed al bolscevismo. Come corrente politica delimitata, esiste dalla fine della seconda guerra mondiale. Non ha ovviamente atteso i consigli prodigati da Lotta comunista in questa lettera per tentare di analizzare le situazioni e rispondere alle domande poste durante tutto questo periodo. All’epoca in cui Cervetto esitava ancora tra anarchismo e marxismo, ci preoccupavamo di dare una continuità alla corrente trotskista attraverso l’analisi degli eventi intervenuti dopo la morte del suo fondatore, come del resto tutti i nostri testi testimoniano. Ciò non impedisce a Lotta comunista di raccomandarci mellifluamente di porci queste questioni cercando di essere… “il partito scienza del movimento trotskista”! Ciò rivela la sua ignoranza e soprattutto la sua indifferenza in merito a ciò che pensano dei militanti con cui pretende di dialogare. Possiamo, da questo punto di vista, soltanto rimandarla ai nostri testi e pregarla, se pretende di discutere con Lutte ouvrière, di farlo almeno partendo dai testi e dalle analisi della nostra organizzazione.
19 febbraio 2018

La lettera di Lotta comunista

Pubblicata in Lotta comunista – Dicembre 2017

Il mensile "Lutte de Classe”, dell’organizzazione francese Lutte Ouvrière, nel numero 186 di settembre-ottobre 2017 ha chiamato in causa in due articoli Lotta Comunista. Questa la risposta che la nostra redazione ha inviato al giornale francese.

Cari compagni,

confessiamo la nostra iniziale sorpresa, nel leggere sul numero di settembre-ottobre della vostra rivista i riferimenti a Lotta Comunista nell’articolo "Bordiguisme et trotskysme", nonché una selezione di alcuni passi della nostra corrispondenza, nell’articolo "Un échange de lettres entre Lutte ouvrière et Lotta Comunista".

A rifletterci però, il vostro doppio intervento ci è apparso come un’occasione reale di chiarimento, nello spirito con cui concludete il secondo articolo: «È auspicabile, e anche indispensabile, che organizzazioni che si richiamano al comunismo rivoluzionario, e che per giunta militano in paesi vicini, confrontino i loro punti di vista, e questo anche se esse hanno storie e tradizioni politiche assai differenti».

Mantenendo com’è nel vostro diritto il punto polemico, voi precisate che tale confronto non può essere interpretato da altri come un «avallo a prescindere» al nostro agire, ma va da sé che la cosa è reciproca. Si pensi ad esempio alla questione cruciale dell’autofinanziamento, su cui tra l’altro Lotta Comunista è stata più volte oggetto di campagne odiose di delazione e calunnie. Non vi abbiamo mai nascosto che per noi è questione vitale la piena autonomia finanziaria, un’organizzazione rivoluzionaria non deve dipendere da nessuno per essere davvero immune da ogni influenza. Eppure mai abbiamo pensato che intrattenere relazioni con voi, come facciamo dai primi anni Settanta, potesse significare anche lontanamente un «avallo a prescindere» da parte nostra della vostra pratica di accettare rimborsi elettorali dallo Stato borghese.

Veniamo al dunque. Detto con sincerità fraterna, ciò che emerge dai vostri scritti è che voi non conoscete davvero Lotta Comunista. Non ne conoscete la storia, dove incorrete in errori davvero imbarazzanti, e non ne conoscete le posizioni, dove sembrate riecheggiare per sentito dire vecchie caricature che in Italia lascerebbero sconcertato chiunque conosca davvero il nostro partito. Non potendo abusare del vostro spazio, ci limiteremo a mo’ d’esempio a quattro questioni; se lo vorrete, affronteremo in altra occasione altri aspetti su cui la vostra ricostruzione è carente, a partire dalla stessa storia del PCd’I e del bordighismo.

Primo, la storia di Lotta Comunista. È davvero poco comprensibile che non menzioniate nel vostro articolo le nostre origini nel comunismo libertario. Caso ha voluto che proprio in queste settimane sia disponibile il primo volume di documenti dei GAAP (Gruppi Anarchici di Azione Proletaria), pubblicati in collaborazione con l’editrice libertaria Biblioteca Franco Serantini di Pisa. La recensione che vi mettiamo a disposizione, pubblicata sul numero di ottobre del nostro giornale, è sufficiente a chiarire l’enormità dell’omissione.

Lotta Comunista ricorda nella fondazione dei GAAP, il 24-25 febbraio del 1951, l’atto di nascita del proprio «gruppo originario». Non solo vi militarono i suoi dirigenti storici come Arrigo Cervetto, Lorenzo Parodi e Aldo Pressato, ma anche vi fu una relazione stretta, in Francia, con la Fédération Anarchiste, poi FCL (Fédération Communiste Libertaire) di Georges Fontenis. Iniziato nel 1950, il rapporto con i comunisti libertari di Fontenis sfociò anche, nel 1954, nella fondazione a Parigi della ICL - Internazionale Comunista Libertaria.

Secondo, la nostra presunta derivazione orga­nizzativa dal bordighismo. La vostra ricostru­zione sconta mere somiglianze di denominazione; a vostra scusante il fatto che il labirinto di sigle sia altrettanto intricato da noi in Italia quanto da voi in Francia. I Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista non sono tali perché derivati dalla sinistra comunista bordighista, ma perché ultima risultante del Movimento della Sinistra Comunista (MSC) che col bordighismo non ha nulla a che fare. A una prima iniziativa di fondazione parteciparono nel dicembre del 1956 quattro gruppi: i GAAP, divenuti Federazione Comunista Libertaria - sezione dell’Internazionale Comunista Libertaria, dove Cervetto guidava la corrente ormai leninista e Pier Carlo Masini quella anarchica; i trotskistí dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari - IV Internazionale, guidati da Livio Maitan; la costola bordighista di Battaglia Comunista, di Onorato Damen; il gruppo milanese di Azione Comunista, una formazione massimalista fuoriuscita dal PCI con la crisi dello stalinismo, guidata tra gli altri da Bruno Fortichiari, tra i fondatori del PCd’I nel 1921.

Allo stesso titolo dunque, quella sinistra comunista poteva dirsi leninista, libertaria, trotskista, massimalista, e solo in una componente bordighista dissidente. Quasi immediatamente però si ritirarono dall’iniziativa i trotskisti di Maitan e i bordighisti di Damen, per cui il MSC fu costituito dalla confluenza delle sole Federazione Comunista Libertaria e Azione Comunista.

Quando nei primi anni Sessanta alcuni esponenti del massimalismo milanese di Azione Comunista subirono l’infatuazione per il maoismo, dalla crisi del Movimento della Sinistra Comunista sortì nel 1965 il cambio di denominazione in Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista, nonché il nostro giornale, "Lotta Comunista". In nessun modo dunque i Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista possono essere definiti una derivazione dal bordighismo: se però il riferimento fosse l’iniziativa a quattro del dicembre del 1956, da cui prese le mosse il Movimento della Sinistra Comunista, allora il nostro grado di parentela col bordighismo sarebbe eguale a quello col... trotskismo!

Terzo, Lotta Comunista e la teoria di Bordiga. Più interessante della questione organizzativa, dove il ceppo originario ripetiamo non è nel bordighismo ma semmai nel comunismo anarchico, è il nostro rapporto con la teoria e le analisi di Amadeo Bordiga. Esso ha nell’analisi dell’URSS come capitalismo di Stato il suo punto decisivo, e in questo senso Cervetto si trovò ad appuntare che il bordighismo è una filiera che «ha espresso anche noi». Quanto al resto lasciatevi dire che la vostra ricostruzione è davvero di grana grossa e nuovamente infarcita di strafalcioni. Se volete criticarci, è nell’interesse di entrambi che lo facciate in base alle nostre vere posizioni, e non inseguendo dei "sentito dire" datati.

Alcuni esempi. Sull’astensionismo, tra Lenin e Bordiga pensiamo avesse ragione Lenin e torto Bordiga. Infatti il nostro non è un astensionismo di principio, tanto che abbiamo partecipato al voto in diverse consultazioni referendarie. Il nostro è un astensionismo strategico, mosso dalla considerazione chiave della crisi del parlamenta­rismo, nelle diverse e nuove condizioni dell’era della democrazia imperialista. Per lo stesso padronato le Camere non sono più al centro della decisione legislativa, per cui il loro utilizzo come "tribuna parlamentare" è svuotato di senso. Ci sembra che proprio la Francia sia testimonianza massima di questa crisi del parlamentarismo, e del resto è ormai chiaro che la maggioranza degli operai e dei salariati non vota. Non si capisce perché dovremmo essere proprio noi rivoluzionari a reintrodurre nella nostra classe quel virus parla­mentare, rilegittimando un’istituzione borghese che lo stesso padronato ha svuotato di significato.

La teoria dell’imperialismo è proprio quanto non accettiamo in Bordiga, per la sua visione liquidatoria del «miliardollaro», uno strapotere dell’imperialismo americano che annichilirebbe ogni possibilità d’azione, e per l’identità meccanica tra forza finanziaria e potere degli Stati. Qui Bordiga si avvicina semmai alle teorizzazioni del «totalitarismo», derivate dalla visione non dialettica di Nikolaj Bucharin.

Nel rapporto tra economia e politica, dove credete di riscontrare in noi l’impronta del meccanicismo bordighista, la sollecitazione di Cervetto andò in senso opposto. L’invito, sia nell’analisi internazionale che in quella della politica italiana, fu a indagare le specifiche regolarità della politica. La contesa internazionale andava «rimessa in piedi sul sistema degli Stati», lo studio della lotta delle correnti politiche doveva indagare la combinazione multiforme scaturita dall’intreccio dei fattori determinanti dell’economia con la storia, le culture politiche, il «fattore morale» ossia i caratteri nazionali.

Nel suo punto essenziale, la critica che muoviamo a Bordiga ha molti punti in contatto con quella che muoviamo a Trotsky. Entrambi sottovalutarono la tendenza storica allo sviluppo capitalistico, concependo gli anni Venti e Trenta come tendenza storica alla stagnazione, con le conseguenze politiche e strategiche che ciò comportava. Ciò lasciò la nuova generazione, dopo il 1945, senza strumenti per affrontare il colossale ciclo di sviluppo capitalistico che avrebbe segnato i successivi decenni, con le sue conseguenze per i compiti politici del partito rivoluzionario: una lunga fase controrivoluzionaria, l’emergere di nuove potenze, una contesa accanita tra vecchie e nuove potenze che si sarebbe fermata però a crisi parziali e guerre limitate.

Senza che vi appaia saccente, questi sono di necessità solo brevi cenni sui punti più clamorosi dove, ahimè, dimostrate di non conoscerci. Se avrete la pazienza di leggere i tre volumi della nostra storia che abbiamo pubblicato a partire dal 2012, vi troverete un’esposizione ordinata della nostra vicenda e delle nostre posizioni nei suoi termini teorici e politici: i primi due testi sono già stati tradotti in francese ("Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952" e "Lotta Comunista. Verso il partito strategia 1953-1965"). Il terzo ("Lotta Comunista. Il modello bolscevico 1965-1995") è uscito quest’anno ed è di imminente pubblicazione anche nella vostra lingua.

Quarto, la questione del partito scienza. È davvero una caricatura il vostro riferimento alla nostra concezione del partito scienza come a una specie di pretesa professorale, quasi fossimo maniacali "primi della classe" convinti per giunta di voler imporre la «scienza» con la forza bruta. Per favore, siate seri!

Cercando un esempio che sia il più vicino possibile alla vostra tradizione, ci viene in mente l’IMEMO, l’Istituto per l’Economia Mondiale e le Relazioni Internazionali, fondato a Mosca da Evgenij Varga quando ancora era valido collaboratore di Trotsky. II motto scelto da Varga fu «Conoscere il tuo nemico è averlo battuto a metà», e crediamo sia una delle definizioni più azzeccate per il partito scienza, in due accezioni.

La prima è difensiva. Conoscere la classe dominante, il padronato, i suoi gruppi, le sue frazioni, i sui partiti, i suoi Stati con cui i capitalisti combattono tra loro, consente alla nostra classe di non essere afferrata e influenzata appunto da quei capitalisti in lotta per i loro interessi in contrasto. Non c’è solo il caso estremo della guerra, dove le masse operaie dei diversi paesi sono fanatizzate dalle ideologie nazionaliste e spinte a massacrarsi sugli opposti fronti, ci sono mille altri casi concreti in cui la classe operaia mantiene la sua autonomia solo se studia il suo nemico, se impara a «conoscere chi ha davanti», come scrisse Marx iniziando lo studio della politica internazionale.

La seconda accezione del partito scienza è offensiva. Conoscere la classe dominante significa conoscerne le contraddizioni, i punti deboli, gli scontri tra i gruppi economici e quelli tra le forze politiche e tra gli Stati, per utilizzarli a vantaggio del proletariato. Per questo partito scienza è un concetto affine a quello di partito strategia: si pensi di nuovo alla guerra e alla strategia di Lenin del disfattismo rivoluzionario, al calcolo di come il «motore della guerra» avrebbe influito sugli Stati, sulle classi e sulle forze politiche, portando le masse ad accettare. come inevitabile la soluzione dei bolscevichi.

Possiamo trarre dalla nostra storia alcuni esempi tra i tanti di come in momenti cruciali essere o non essere partito scienza ha fatto per noi la differenza per i compiti pratici di partito.

1950, la guerra di Corea. La percezione diffusa all’epoca è quella di una Terza guerra mondiale imminente; tra i trotskistí lo teorizza Michel Pablo, alias Michalis Raptis, nell’opuscolo "La guerra che viene". Una parte del movimento anarchico inclina per l’Occidente, in odio all’URSS: è l’Occidentalismo. Chi è influenzato dall’URSS risente delle campagne pacifiste alimentate da Mosca: è l’Orientalismo. Ritenere imminente una guerra tra USA e URSS misconosce l’esistenza dell’imperialismo europeo; USA e URSS in realtà sono d’accordo nel tenere divisa e soggiogata l’Europa: le suggestioni di una Terza forza subiscono l’influenza delle potenze europee.

Secondo Cervetto, ritenere all’epoca che la guerra fosse davvero alle porte era un errore esiziale, che impediva che ci fosse davvero un partito politicamente autonomo: non si vedeva l’esistenza dell’«imperialismo europeo», e non vedendolo si rischiava di finirvi a rimorchio. Nel 1953, proprio nel dibattito interno nei GAAP, la conoscenza scientifica delle forze reali dell’imperialismo unitario (non solo l’URSS, non solo gli USA, ma anche l’Europa che inizia a distaccarsi dagli Stati Uniti) consente di non farsi afferrare da nessuno dei tre: né dagli occidentalisti, né dagli orientalisti, né dai terzaforzisti europei. Ciò ebbe un significato pratico, più avanti, nel bloccare il tentativo di Masini di portare i libertari nel PSI di Pietro Nenni convertito all’europeismo.

1957, i «miracoli economici" o «trenta gloriosi". Quali erano negli anni Cinquanta le prospettive dello sviluppo mondiale del capitalismo? Si andava dispiegando un lungo ciclo di sviluppo, affermavano le nostre "Tesi" del 1957, ne discendevano i compiti immediati per un partito di classe.

Non c’era alcuna rivoluzione alle porte, come speravano i massimalisti prigionieri del loro «tempo psicologico»; guerre e crisi future sarebbero state per un lungo tratto guerre limitate e crisi parziali. Lo sviluppo capitalistico avrebbe però via via aumentato le contraddizioni nel sistema di Stati, creando nuove potenze, spingendo il capitalismo di Stato imperialistico dell’URSS contro il giovane capitalismo della Cina, alimentando la tendenza all’unificazione europea, eccetera. Il partito avrebbe potuto crescere e radicarsi sfruttando quelle contrad­dizioni dello sviluppo, ma sapendo bene che la tendenza di fondo nelle masse era alla social­democratizzazione e non alla radicalizzazione rivoluzionaria.

1973, la crisi petrolifera e la crisi mondiale. Molti si aspettavano una crisi generale. Per noi fu una «crisi di ristrutturazione», le contraddizioni delle vecchie potenze trovavano ancora grande spazio nello sviluppo dei nuovi mercati e nei giovani capitalismi. Però il carattere delle lotte di classe mutava di conseguenza, sarebbero state non più lotte di offensiva salariale, ma lotte di difesa nella ristrutturazione. Di qui il compito prioritario di organizzare dove possibile una «ritirata ordinata» della classe. Di qui anche la necessità di privilegiare il lavoro di educazione e di organizzazione, certo un «compito generale» che sempre deve vedere impegnata un’organizzazione di classe, ma che in quel momento diventava anche il compito in pruno piano.

1989-1991, la cesura strategica della fine di Yalta. Il crollo del Muro di Berlino, il crollo dell’URSS e del suo capitalismo di Stato, in Cina il rilancio dell’«apertura» di Deng Xiaoping e quindi dei forti ritmi dello sviluppo cinese, sono i primi segni di una «nuova fase strategica».

Dall’area che nell’analisi delle "Tesi" del 1957 era quella dell’«arretratezza», quasi i 2/3 della popolazione mondiale, ora emergono grandi potenze, prima fra tutte la Cina. Tra la fine degli anni Novanta e inizio del nuovo secolo, con l’ingresso della Cina nel WTO, la federazione dell’euro, la guerra nel Golfo scatenata dagli USA per prevenire la Cina, la «nuova fase strategica» è conclamata.

Mutano di conseguenza i compiti di partito: la contesa è tra «grandi potenze di stazza continentale», se i padroni si mettono d’accordo nel Vecchio Continente per reggere la concorrenza della Cina, anche gli operai devono «pensare europeo» ma assolutamente devono anche cercare l’alleanza col nuovo proletariato cinese, per non farsi afferrare dalle campagne padronali contro il "pericolo giallo”. Partito scienza oggi è questo: conoscere le forze in gioco e il loro sviluppo, per non farsi afferrare dall’influenza dell’America, della Russia, dell’Europa, perché no della Cina, che vorrebbero usare gli operai nei loro scontri, e conoscere le contraddizioni tra i grandi gruppi e tra i loro Stati, per avvantaggiare il proletariato mondiale. Per questa ragione, per noi e per voi, diviene vitale radicare una forza rivoluzionaria nel cuore dell’imperialismo europeo. Niente di meno che questo, compagni, non si tratta semplicemente di conoscere le posizioni reciproche attraverso «libri» e «giornali», o di confrontarsi,tra militanti di «paesi vicini»! Il padronato si organizza su scala europea, gli operai devono fare altrettanto, e dall’Europa guardare al mondo.

Se partito scienza significa questo, ecco allora che non è il programma, come sostenevano i bordighisti, non è il prodotto spontaneo del movimento, come ritenevano luxemburghiani e consiliaristi, non deriva da un fronte dal basso di raggruppamenti eterogenei, come a volte ha ritenuto il trotskismo. Ma sarà la pratica politica, non una ridicola pretesa illuministica, a sancire nei risultati se quelle analisi scientifiche e le indicazioni di lavoro che ne discendono sono o no fondate.

I consigli non richiesti di rado sono efficaci, ma la questione è di tale rilevanza che accettiamo il rischio di restare incompresi. Compagni, siate orgogliosi della vostra tradizione, e restate fedeli alla memoria e all’insegnamento di Léon Trotsky. Ma non fermatevi a questo, abbiate l’ambizione di essere il partito scienza del movimento trotskista. Non sappiamo come Trotsky avrebbe risposto ai quesiti della spartizione imperialista di Yalta, se non fosse caduto da martire per mano di Stalin; non sappiamo come avrebbe affrontato l’evidenza dello sviluppo, nei decenni dei "miracoli economici". Non sappiamo come avrebbe valutato l’emergere della Cina a grande potenza. Voi potete farlo, se avrete fantasia scientifica. Trotsky si sentiva "patriota" del suo tempo, amava il suo secolo, il Novecento, come secolo di immani mutamenti e di rivoluzioni. Voi potete portare Trotsky nel Terzo Millennio.

Infine, quanto alla questione oggetto dello scambio di lettere, vi consigliamo di leggere i capitoli "La battaglia di Genova" e "La battaglia di Milano"; nel volume di prossima uscita da voi in Francia. Come non conoscete Lotta Comunista nella sua storia e nelle sue posizioni, così non mostrate di afferrare quanto seminali siano state quelle battaglie: una lotta per l’esistenza del partito ma anche, specie a Milano, letteralmente per la vita di molti militanti. A dire il vero, anche chi in Italia non ha vissuto direttamente quell’e­sperienza non può riuscire a rappresentarsela.

Fu la battaglia di formazione della seconda generazione di Lotta Comunista; da allora anche le successive generazioni di giovani, via via più folte, sono cresciute nella determinazione di non accettare mai più delazioni e calunnie, da nessuno. Se qualcuno ha scherzato col fuoco per ingenuità o incoscienza, come ci sembra di capire dalla vostra corrispondenza, sa come fare.

D’altra parte, notiamo che l’incomprensione non è di oggi. Già nel novembre del 1973, in un vostro "Bollettino d’informazione", credevate di vedere nelle nostre concezioni politiche una concausa delle campagne di ostracismo contro di noi. Certo, si attaccava Lotta Comunista «qualifi­candola in blocco come gruppo `fascista" e "provocatore’, nel più puro stile staliniano». Ma,.scrivevate, «una parte della responsabilità incombe anche, sembra, su Lotta Comunista». A vostro avviso non avevamo un’«attitudine politica» verso l’«estrema sinistra», ciò che per noi erano i "gruppi" piccolo-borghesi intellettuali manutengoli dello stalinismo, e nemmeno verso il PCI «col quale le "bagarre" sembra[val no frequenti». In questo, sempre per il vostro bollettino, Lotta Comunista mostrava un certo «trionfalismo», considerandosi già «il Partito» e «tendendo a rifiutare gli altri in blocco».

Dopo quasi quarantacinque anni, forse, vi è necessario un aggiornamento.


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