Internazionale

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo

Da “Lutte de classe” n° 191 – Aprile 2018

Le elezioni del 4 marzo hanno rovesciato i rapporti di forza elettorali a scapito dei due grandi partiti tradizionali, Forza Italia di Berlusconi a destra e soprattutto il Partito democratico a sinistra.

Quest’ultimo, al governo dal 2014, è quello che ha perso di più, con 2 600 000 voti in meno rispetto alle politiche del 2013. È l’ultima tappa di un arretramento elettorale iniziato alle elezioni regionali del 2015 e confermato poi dalla sconfitta di Matteo Renzi al referendum costituzionale del dicembre 2016, che l’aveva costretto a dimettersi da presidente del consiglio a vantaggio di Paolo Gentiloni.

Nel nord e nel centro, il PD perde le sue roccaforti ed arretra fortemente anche in Toscana e in Emilia. Ha soprattutto perso milioni di elettori fra i lavoratori e nella gioventù. Sta pagando la sua politica antioperaia. In continuità con le misure adottate dai governi precedenti, ha intrapreso la demolizione di alcune protezioni legali di cui i lavoratori beneficiavano ancora, in particolare con le misure contenute nel Jobs Act. Questo cosiddetto contratto a tutele crescenti, che Renzi osava presentare come una misura favorevole all’occupazione dei giovani, ha in realtà esteso la precarietà a tutti i lavoratori dipendenti.

A ciò si sono aggiunti i nuovi arretramenti per quanto riguarda l’età della pensione e le riforme dell’amministrazione pubblica, in particolare con la soppressione delle amministrazioni provinciali. Tali riforme hanno condotto alla soppressione di posti di lavoro e ad un ulteriore deterioramento dei servizi pubblici già compromessi in tante regioni del paese. Quanto all’istruzione, la riforma cinicamente chiamata “la buona scuola„ ha permesso di assumere soltanto un numero ridotto di insegnanti che non compensa le precedenti soppressioni di posti, dando nel contempo ai dirigenti di istituti poteri manageriali e la possibilità di scegliere chi assumere.
Il Partito democratico di Renzi, nato dalle ricomposizioni successive dell’ex Partito Comunista e dei resti della Democrazia cristiana, non è più legato al movimento operaio, se non per il fatto che numerosi burocrati sindacali vi aderiscono. È però rimasto il cosiddetto partito “di sinistra„ che si presenta come un male minore rispetto al suo concorrente di centrodestra. Al potere, tuttavia, non si è distinto né con la sua politica, ugualmente diretta contro i lavoratori, e neanche con il comportamento dei suoi politici. Le classi popolari hanno espresso il loro rifiuto di questi grandi partiti e dei loro politici arroganti e corrotti sia con l’astensione, sia con il voto per chi si presentava come “antisistema”.

Una spinta a destra

Coloro che hanno tentato di presentarsi alla sinistra del PD per smarcarsi da questo partito screditato non hanno avuto più successo. Liberi e Uguali – LeU, ha preteso di “restituire la democrazia e lo spirito della Costituzione a milioni di cittadini che non si sentono più rappresentati„. Il suo dirigente Pietro Grasso, presidente uscente del Senato, nell’ostentazione di un’immagine d’onestà per la sua carriera di magistrato dedicata alla lotta contro la mafia, è rappresentativo della natura sociale e politica di questo raggruppamento. Questa versione rivisitata del PD, ciononostante, non ha avuto successo, visto che ha ottenuto circa il 3% dei voti.

Potere al popolo (PaP), avendo registrato soltanto l’1,1% dei voti, non potrà entrare in Parlamento. Il PaP, nato dall’appello del collettivo napoletano Je so’ pazzo, al quale si è associata in particolare Rifondazione comunista, è stato un tentativo di rinnovare l’immagine della sinistra della sinistra, ma il suo programma presentato come una “elaborazione collettiva di migliaia di persone„ non è uscito affatto dal terreno del riformismo. Ciò che voleva essere un largo raggruppamento di “persone e organizzazioni democratiche ed antifasciste, comuniste e socialiste, femministe ed ecologiste”, alla pari di LeU faceva riferimento alla Costituzione borghese del 1948 come se questo testo potesse essere uno strumento per combattere le disuguaglianze sociali del capitalismo ed il pericolo fascista.

Accanto a queste due liste, esistevano anche quella di Sinistra rivoluzionaria, unione delle due organizzazioni trotskiste Partito comunista dei lavoratori (PCL) e Sinistra, classe e rivoluzione (Scr), organizzazioni che si dichiaravano per la difesa degli interessi dei lavoratori. Questo raggruppamento ha ottenuto meno dello 0,1% dei voti.

Si può in ogni caso constatare la debolezza dei risultati ottenuti dalle liste che si presentavano come critiche del PD alla sua sinistra. Questo fatto, al di là delle differenze di queste liste, mostra quanto l’evoluzione dell’elettorato sia avvenuta verso destra, anche nell’ambito di una parte importante del mondo del lavoro.

“Antisistema„ ben integrati nel sistema borghese

Sono stati i partiti più a destra o quelli che si pretendono fuori dal sistema a fare il pieno dei voti. La demagogia antisistema è andata soprattutto a favore del Movimento 5 Stelle (M5S), che ha progredito del 7% guadagnando un milione e mezzo di voti rispetto al 2013 e diventando così il primo partito del paese. Il M5S, pur avendo subito la concorrenza della Lega di Salvini nel nord, dove però ha ottenuto lo stesso una media del 24% dei voti, arriva al 32% nel centro ed al 45% nel sud, in Sicilia e in Sardegna.

Il M5S ha fatto strada da quando è nato facendosi conoscere e costruendo i suoi primi successi elettorali sull’immagine di un’organizzazione di cittadini che seguiva l’appello di Beppe Grillo a “fare politica diversamente”. Grillo invitava la casta dei politici al “vaffanculo„ e prometteva “uno tsunami contro i privilegiati„. Ha fatto leva sul legittimo sentimento di sdegno esistente rispetto ad un mondo politico corrotto ed ha insinuato l’idea che i soli privilegiati fossero questi politici e parte dei funzionari dell’apparato di stato. Mai ha esortato a prendersela con la borghesia, partecipando così all’impostura per cui il padronato, incluso quello grande, sarebbe fatto di lavoratori onesti che, pur chiedendo soltanto, alla stregua dei salariati, di far funzionare l’economia per il bene di tutti, ne sarebbero impediti dall’incompetenza e dalla corruzione dei politici. Per il M5S, essere contro il sistema non ha mai significato essere contro il sistema capitalistico. Tuttavia, è certamente fra i lavoratori, nell’elettorato tradizionale del PD, che ha guadagnato più voti.

Il M5S ha cambiato via via la sua immagine antisistema per quella di un partito responsabile e capace di governare. “Siamo in parte di destra, in parte di sinistra, noi siamo una specie mutante, capace di adattarsi a tutte le circostanze„ ha dichiarato Grillo dopo le elezioni. Questa trasformazione si è incarnata nella scelta di un rappresentante ben vestito e pettinato come il giovane arrivista Luigi Di Maio per candidarlo a capo del governo. Ma è stata anche una trasformazione segnata dalla ripresa dei temi reazionari che fanno “audience”, di quelli nazionalistici, antieuropei e contro i migranti. La promessa di un reddito di cittadinanza, al quale tutti avrebbero diritto, ha avuto ugualmente un riscontro, in particolare nel Sud.

Il M5S, uscito da queste elezioni come il primo partito italiano, si trova nella situazione di formare il prossimo governo... a condizione di trovare una base d’accordo con altri partiti. L’esercizio non è facile per un partito che aveva fatto del rifiuto di qualsiasi compromissione con i vecchi partiti il marchio della sua differenza. Questo impegno è stato sottilmente trasformato in “rifiuto di un accordo con ogni politico coinvolto in inchieste giudiziarie„ cosa che riguarda ovviamente la persona di Berlusconi. Di Maio, con l’ausilio di questo sola pregiudiziale in nome del pragmatismo e dell’assenza di spirito dogmatico, ha voluto mostrarsi aperto tanto nei confronti del PD che della Lega. Quanto a sapere se questo risolverà la questione del governo, lo si vedrà!

La Lega: xenofobia e demagogia, ma su scala nazionale

Anche la Lega di Matteo Salvini ha registrato una progressione spettacolare. In passato otteneva risultati elevati esclusivamente nelle regioni del Nord, ma solo un piccolo 4% dei voti su scala nazionale. Questa volta, con una media nazionale del 17%, è diventato il primo partito del centrodestra, davanti a Forza Italia che, come il PD, ha pagato il suo passato al governo e la corruzione dei suoi politici, Berlusconi per primo, peraltro ineleggibile a causa dei suoi affari giudiziari.

Salvini ha dunque attuato con successo la trasformazione del suo partito nordista in partito nazionale. La vecchia Lega Nord, che rivendicava la secessione del Nord industrioso e ricco dal resto del paese, si è trasformata in Lega tout court ed ha sostituito una propaganda basata sui pregiudizi contro i romani, i napoletani ed i siciliani, accusati di vivere a spese degli italiani del Nord, con quella del razzismo contro i migranti, che accusa di vivere a spese di tutti gli italiani. La Lega riesce così a conquistare un buon credito nel centro Italia, nei vecchi collegi elettorali del PD, ed a mettere un piede nel Sud, anche se qui i suoi risultati restano modesti se comparati a quelli ottenuti al Nord.

La campagna di Salvini si rivolgeva soprattutto al suo elettorato tradizionale, quella piccola borghesia del nord del paese, quei piccoli imprenditori in ansia per il loro tenore di vita e per la loro sicurezza. Ha promesso a costoro che, con la Lega al governo, avrebbero pagato meno tasse e ha loro assicurato di “rispedire” entro tre mesi i Rom e tutti i migranti illegali, con lo slogan “prima gli italiani„. Ha saputo mostrare anche qualche attenzione per i lavoratori, promettendo l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni e vendendo il discorso contro l’immigrazione e contro l’Europa come un mezzo per proteggere l’occupazione.

La campagna violentemente xenofoba della Lega ha fatto leva sul clima generale anti-migranti diffuso dai media, ma anche da tutta la classe politica. I media continuano a collegare tra loro sistematicamente insicurezza e presenza dei migranti. È in questo contesto che piccole organizzazioni facenti apertamente riferimento al fascismo, quali Casa Pound o Forza Nuova, hanno incassato percentuali sempre modeste ma in progressione, passando da 183 000 voti nel 2013 a 437 000 voti il 4 marzo.
In tale contesto, non c’è da stupirsi della moltiplicazione delle aggressioni contro i migranti. A Macerata, un ex candidato nelle liste della Lega, ammiratore del nazismo, ha sparato a caso su migranti nel centro della città, dopo la morte di una ragazza in cui era coinvolto uno spacciatore nigeriano. A Firenze, il 5 marzo, un uomo ha sparato e ucciso a freddo un immigrato senegalese scelto a caso per strada. A Rosarno, in Calabria, i migranti addetti alla raccolta dei pomodori e degli agrumi, mentre stavano rientrando nelle baraccopoli dove sono parcheggiati, sono stati attaccati da giovani bulli in automobile facendoli cadere dalle loro biciclette. Tali atti sono coperti da Salvini che, pur condannando ufficialmente l’impiego della violenza, ci tiene a ribadire la sua comprensione per gli assassini e ad affermare che è la politica troppo lassista del governo rispetto ai migranti a causare queste aggressioni.

La classe operaia spinta verso la povertà e privata di prospettive

Il successo elettorale di due partiti come Lega e M5S, la cui politica si basa su una demagogia reazionaria, certamente non è una buona notizia per i lavoratori. Al di là dei loro discorsi, l’uno e l’altro aspirano a sostituire il logorato personale politico dei vecchi partiti. Quali siano state le loro promesse elettorali all’indirizzo dei lavoratori, la sola certezza è che nessuno dei due cancellerà i colpi inferti ai lavoratori. Si aggiunga a ciò la trappola mortale che il veleno del razzismo e la conseguente guerra tra poveri costituiscono per la classe operaia.

Le classi popolari, senza altra prospettiva che affidarsi a queste promesse elettorali e all’idea che potrebbero essere tutelate dalle frontiere e dal rigetto dei migranti, non hanno mai smesso di pagare. Secondo i dati Istat relativi al 2016, un quarto delle famiglie italiane era sotto la soglia di povertà o rischiava di cadervi. Due anni dopo l’introduzione del Jobs Act, il tasso di disoccupazione è sempre sopra l’11% a livello nazionale, con punte superiori al 50% nelle regioni del Sud. Molte regioni sono letteralmente devastate dalla crisi. In tutto il paese, molti lavoratori sopravvivono con salari mensili che si aggirano attorno a 700 euro o anche meno. Lavoratori delle pulizie percepiscono 5 o 6 euro lordi l’ora senza che il padrone sia fuori legge. nel modo più legale al mondo. In molti settori, salari miseri di questo genere si applicano soltanto alla parte legale di un contratto a tempo determinato, essendo il resto pagato in nero.

Il padronato, dal canto suo, non intende fermarsi a questo. Il congresso della Confindustria, tenutosi a Verona in febbraio, ha fatto così conoscere le esigenze dei padroni: “liberare 250 miliardi di risorse in cinque anni, con la partecipazione dell’Europa, del settore pubblico e del settore privato„. Pur dichiarandosi “equidistante da tutti i partiti„, l’organizzazione padronale ha fatto sapere che è fuori discussione “tornare indietro su riforme necessarie alle imprese, e che dimostrano la loro efficacia„. Così, la tabella di marcia è stata tracciata!

Il crollo elettorale del PD, come quello di Forza Italia, nonché la crescita dei risultati della Lega e del M5S esprimono il livello di discredito raggiunto dai partiti tradizionali, ma anche dallo stesso sistema parlamentare. Tuttavia, Di Maio da un lato, Salvini dall’altro sono completamente pronti a fungere da stampella a questo sistema esaurito ed offrire una soluzione di governo alla borghesia affinché possa uscire da questa crisi politica com’è uscita da tante altre.

Queste elezioni, però, evidenziano soprattutto il profondo disorientamento delle classi popolari, in particolare della classe operaia, ridotta a cercare disperatamente qualche salvatore tra i venditori di illusioni come il M5S o, peggio, politici razzisti e xenofobi.

Tale situazione è il prodotto di una lunga evolu­zione che ha progressivamente demoralizzato e disarmato la classe operaia. Il Partito comunista italiano, dal momento in cui è diventato un’enorme forza elettorale, ha cercato ininterrotta­mente i compromessi necessari per poter arrivare al governo della borghesia. Lo si è visto proporre “il compromesso storico„ con la Democrazia cristiana, poi portare avanti l’eurocomunismo, che voleva essere il modello di riformismo applicabile ai paesi dell’Europa occidentale, pur cercando di dimostrare costantemente la sua capacità di partito di governo che sapeva tener conto degli interessi della borghesia. Lo si è visto, in nome di questa volontà di mostrarsi responsabile, farsi complice o attore attivo di tutti gli attacchi contro la classe operaia. Sono stati i suoi dirigenti a teorizzare l’idea del superamento della lotta di classe e di qualsiasi idea di rovesciamento del sistema capitalistico. Gli stessi, poi, hanno fatto sparire il Partito comunista stesso per trasformarlo in un partito della sinistra democratica, che ha finito per abbandonare anche la denominazione “di sinistra„, giudicata ancora troppo sovversiva per realizzare il loro ideale, vale a dire il Partito democratico degli Stati Uniti.

Oggi, il Partito democratico di Renzi non fa altro che dare continuità alla politica di collaborazione di classe che ha contraddistinto prima il PCI da Togliatti a Berlinguer, poi il PDS e, in ultimo, i DS. In un contesto di crisi mondiale del capitalismo, il sedicente riformismo del PD non è riuscito a partorire la benché minima riforma a favore della classe lavoratrice, ma solo leggi antioperaie. Al contrario, una politica della sinistra tutta protesa a dar prova alla borghesia di essere più capace della destra nella difesa degli interessi capitalistici, ha anche contribuito ad indebolire elettoralmente il PD.

I provvedimenti del governo Renzi sui migranti ne sono un chiaro esempio. Nel 2017, il ministro degli Interni Minniti ha dapprima stipulato un accordo con la Libia per tentare di fermare gli sbarchi sulle coste italiane, consegnando così i migranti ai torturatori dei campi di detenzione libici. Poi, lo stesso ministro ha varato il cosiddetto Codice di Condotta per le ONG, ostacolandone gli interventi di soccorso dei migranti in mare. Questi provvedimenti, come quelli già citati sul mercato del lavoro, non sono però serviti, in occasione delle elezioni del 4 marzo, a convogliare parte dell’elettorato di Forza Italia e degli altri partiti di centro e di destra verso il PD. Questo elettorato, evidentemente, ha continuato a sentirsi più garantito dai sovranisti, visti come più conseguenti e determinati nella difesa degli interessi “italiani” dai soprusi dell’Unione europea. Tale politica, semmai, alimentando la sfiducia della classe lavoratrice, non ha fatto altro che contribuire allo spostamento di voti operai verso la destra, Lega compresa.

Nel contesto della crisi capitalistica, il riformismo rivendicato da questi dirigenti, che ancor oggi si vergognano di essersi in passato chiamati comunisti, si è tradotto in governi che hanno fatto la guerra al mondo del lavoro, di cui quello di Renzi è stato soltanto l’ultimo esempio. Questa politica ha lasciato privi di qualunque prospettiva e profondamente demoralizzati i militanti nelle fabbriche e nelle zone operaie, a cui i dirigenti dicevano di piegarsi ai desideri della borghesia. Una politica che ha fatto perdere alla classe operaia i propri valori di solidarietà, per farle accettare quelli della piccola borghesia, l’indivi­dualismo, il nazionalismo o le idee razziste.

Lo sfruttamento non è sparito, e neanche la classe operaia. Essa, per quanto disarmata politicamente possa essere attualmente, non ha altra scelta che di lottare per difendersi. Lo si vede, in particolare, in settori come quello della logistica, i cui lavoratori precari, generalmente immigrati, reagiscono contro l’eccessivo sfruttamento con più combattività di quelli dei settori più tradizionali. Oggi, però, occorre constatare che la politica dei dirigenti tradizionali del movimento operaio ha fatto di quest’ultimo un campo di macerie. La classe operaia potrà avere prospettive solide solo se si troveranno nel suo seno militanti decisi a ridare vita alle vere tradizioni del movimento operaio rivoluzionario e disposti a militare con determinazione per riconquistare il terreno perduto, sia nei rapporti di forza tra le classi sia nelle coscienze.

28 marzo 2018


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