Internazionale
E’ evidente che non è bastata a convincere gli scettici la campagna pre-elettorale di Renzi circa gli effetti salvifici del Jobs Act sull’occupazione, in particolare sull’occupazione a tempo indeterminato. E in effetti gli increduli avevano ragione, come dimostrano le rilevazioni mensili di Istat e Inps

VECCHI TRADIMENTI, NUOVE ILLUSIONI

Indietro non si torna, almeno allo stato attuale delle cose. Il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa è stato archiviato da tempo senza troppa fatica dal Governo a guida PD: omaggio alle imprese e schiaffo ai lavoratori, proveniente da una direzione che – almeno nelle premesse – non si sarebbero aspettati. Se vogliamo dar retta alle fandonie contenute nei programmi elettorali, in effetti nel programma PD dell’epoca l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori non c’era. Ma, come sappiamo – o dovremmo sapere – un conto sono le promesse in campagna elettorale, un conto le politiche messe in pratica dai Governi per non scontentare chi in realtà decide i giochi.
Lasciando perdere per ora le vicende dei Governi futuri e le illusioni della campagna elettorale ultima scorsa, al momento ci sono elementi a sufficienza per valutare l’impatto del Jobs Act sull’occupazione, a tre anni dall’entrata in vigore. Anche la stampa borghese più compiacente deve ammettere ormai che sono stati praticamente nulli. La Repubblica Economia del 17 marzo annuncia alla fine dei conti che “il dato spicca ormai anche nelle rilevazioni mensili di Istat e Inps. Esaurita la spinta degli incentivi, si è ridotta anche la propensione delle imprese a ricorrere al contratto a tempo indeterminato, anche se depotenziato grazie alla riforma dell’art. 18 introdotta con il Jobs Act. I numeri Inps fotografano senza ombre questa inversione di tendenza. La variazione netta totale dei rapporti a tempo indeterminato, cioè attivazioni meno cessazioni, tra gennaio e dicembre è passata da +887.000 del 2015 a -117.000 del 2017; contestualmente la variazione netta dei rapporti a termine, negativa nel 2015 (-216.000) è tornata positiva nel 2016 (+248.000) ed è arrivata nel 2017 a +537.000”.
Guarda caso, i dati di gennaio 2018 confermano una volta di più che il numero dei contratti a tempo “indeterminato” va di pari passo con i soldi regalati alle imprese perché scelgano questa tipologia di contratto: la Finanziaria 2018 infatti si è inventata nuovi sgravi alle imprese per le assunzioni di giovani sotto i 35 anni, e prontamente il saldo tra assunzioni e cessazioni dei contratti a tempo “indeterminato” – che poi indeterminato non è più – è risalito in positivo a quota 70.190. (Dati Censis, Repubblica Economia 22.3.18).
Peccato che nel frattempo siano aumentate anche le cessazioni dei rapporti di lavoro di ben 454.000 unità, quasi il 16% in più rispetto al gennaio di un anno fa. Peccato soprattutto che la cosiddetta area del disagio - comprendente lavoratori costretti ad accettare forme di contratto a carattere temporaneo e contratti a tempo parziale involontario - continua a crescere e forma ormai un esercito di oltre 4 milioni e mezzo di persone. E’ un dato che spiega più di ogni altro il rischio di povertà e di esclusione sociale, che in Italia è aumentato in dieci anni di 4 punti percentuali e raggiunge la cifra ragguardevole di 18 milioni di persone, secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Per quanto situazioni di disagio e malessere sociale siano comuni in tutta Europa, è proprio nel nostro Paese che il numero delle persone in difficoltà e deprivazione è cresciuto di più negli ultimi anni, in particolar modo nel sud. Negli anni della crisi abbiamo subito una pesante riduzione degli investimenti pubblici e un taglio pesantissimo delle spese per il sociale, il cosiddetto welfare, per consentire – peraltro con scarso successo – la “messa in sicurezza” dei conti pubblici, secondo la ricetta delle istituzioni finanziarie europee e mondiali. E mentre invece il debito pubblico continua a viaggiare, aumentando senza intoppi di oltre 30 punti dall’inizio della crisi a oggi, nelle estreme regioni meridionali (Sicilia, Campania e Calabria) praticamente un abitante su due si trova in stato di grave deprivazione (La Repubblica, 24.3.17).
Il successo elettorale di chi ha promesso una qualche forma di sopravvivenza a chi non vede via d’uscita non è molto difficile da spiegare. Più difficile spiegare come, sulla scorta dell’esperienza, una parte consistente della classe operaia sia portata a far affidamento sull’efficacia della scelta elettorale, e più in generale sulla disponibilità delle istituzioni borghesi, per risolvere i propri problemi. Che la scorciatoia dell’urna sia più sicura e utile della capacità di lottare in forma organizzata, non è mai stato dimostrato dalla storia, caso mai è vero il contrario. I fatti dimostreranno che anche stavolta non sarà diverso.

Aemme


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