Internazionale
Torino

Il Tribunale del lavoro conferma il licenziamento dei sei rider di Foodora

Per avere finalmente una vera giustizia occorre l’unità di lotta. L’assemblea nazionale dei rider tenutasi a Bologna è il giusto percorso

Nel numero di ottobre del 2016 demmo notizia della lotta dei lavoratori di Foodora, multinazionale tedesca di food delivery (consegne di cibo a domicilio), contro le paghe troppo basse, l’introduzione del cottimo e l’assenza di contribuzione perché assunti con un contratto di collaborazione. Nel numero di dicembre del 2017 parlammo della causa, la prima in Italia, intentata da sei rider licenziati da Foodora perché avevano osato protestare contro l’azienda. Essi, nel contestare la legittimità del licenziamento, chiedevano il reintegro, un indennizzo monetario e denunciavano la violazione della privacy attraverso l’uso di un sistema satellitare che controlla le app dei fattorini-ciclisti in modo pervasivo nel corso delle consegne. L’avvocato dei rider Sergio Bonetto ha definito l’applicazione «una sorta di braccialetto elettronico – come quello fino ad ora usato per chi è agli arresti domiciliari - per monitorare, tracciare e valutare ogni mossa dei rider. Un’app con cui prendere punti per riuscire a mantenere il proprio posto in azienda».
I giudici hanno dato loro torto sostenendo che il rapporto di lavoro è di tipo autonomo, cioè una collaborazione in cui è assente ogni vincolo di subordinazione.
Sappiamo che la realtà è ben diversa, e lo sanno soprattutto i tantissimi lavoratori precari che lavorano, come quelli di Foodora, in condizioni di super sfruttamento indicibili. Quella che viene cinicamente definita gig economy (economia dei lavoretti), è solo una delle tante forme di semi-schiavitù introdotte dai governi che si sono succeduti negli ultimi dieci, quindici anni.
Fanno bene i sei rider a non darsi per vinti e a ricorrere in appello contro la sentenza. Detto questo, sappiamo che i giudizi dei tribunali risentono ovviamente dei rapporti di forza esistenti, oggi in larga misura a favore dei padroni. I lavoratori licenziati, come tutti i loro compagni di lavoro, non devono dunque abbattersi per questo ingiusto pronunciamento della Corte e continuare a lottare per il riconoscimento del diritto ad un lavoro stabile, ben pagato e regolamentato. La prima assemblea nazionale dei rider svoltasi il 13 aprile a Bologna va in questa direzione. Qui, un centinaio di “ciclofattorini” di tutta Italia si sono riuniti in un confronto sulle condizioni di lavoro e per rivendicare il riconoscimento dei diritti finora negati.
L’ago della bilancia dei rapporti di forza può spostarsi a loro favore se lotteranno uniti e se avranno la solidarietà di lotta di una classe lavoratrice oggi ancora troppo divisa, sebbene viva lo stesso attacco alle condizioni di vita e di lavoro.

Corrispondenza da Torino


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