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Le gambe corte delle promesse elettorali

Prima del 4 marzo, la grande borghesia si era espressa attraverso le sue organizzazioni e i giornali più importanti: il prossimo governo non avrebbe dovuto buttar via le riforme del centrosinistra che avevano “rimesso in carreggiata l’economia”. La vittoria elettorale di due partiti “populisti”, che hanno basato la loro campagna elettorale sulla demolizione di molte delle riforme di Monti, Renzi e Gentiloni ha spiazzato tutti. Ora il gioco si fa duro; o meglio: si fa complicato.Lasciando da parte il PD e il suo destino politico nel futuro più prossimo, resta in mano il cerino a Salvini e a Di Maio.
Nonostante le roboanti interviste del dopo voto, né la coalizione di centrodestra, né il movimento 5 Stelle hanno, presi singolarmente, i numeri per formare un governo. Si preannuncia probabilmente un lungo periodo di contrattazioni sottobanco. Ma i problemi non finiscono qui. Sia la Lega che il Movimento 5 Stelle hanno fatto il pieno di voti promettendo, tra l’altro, una serie di provvedimenti che verrebbero incontro alle necessità della classe operaia e dei settori più poveri della popolazione. Ora, da una parte la realizzazione di questi provvedimenti comporterebbe uno scontro duro con i settori più importanti della borghesia italiana, appoggiata dalla BCE, dalla Commissione Europea, dal Fondo monetario, ecc., scontro che né Salvini, né Di Maio hanno nessuna intenzione di affrontare, dall’altra, il tradimento delle promesse elettorali sgretolerebbe la base di consenso popolare dei due partiti.
Dunque, ci sono tutti gli ingredienti perché la crisi politica perduri e si aggravi.
La politica del PD e dei governi del centrosinistra ha spianato la strada alla Lega e al Movimento 5 Stelle. Provvedimenti anti-operai come il Jobs Act, accompagnati da ingenti finanziamenti alle imprese, hanno certamente allontanato la classe operaia e i settori più poveri della società da una sinistra percepita ormai come partito dei benestanti. È stato il “capolavoro” di Renzi e della sua squadra. Per amor di verità bisogna dire che il cammino è iniziato molto tempo prima. I più attempati non potranno fare a meno di ricordare come gli allora giovani D’alema e Veltroni, che si vantavano nei comizi di appartenere al Partito Comunista “più forte dell’Europa occidentale”,abbiano alacremente lavorato non solo alla dissoluzione di quel partito, ma anche alla demolizione di qualsiasi forma di rappresentanza politica che richiamasse in qualche maniera il socialismo e la classe lavoratrice.
Così, privati dei loro punti di riferimento ideali e politici, per quanto somministrati nella forma distorta dello stalinismo prima e del riformismo dopo, i lavoratori sono diventati progressivamente un “territorio” conteso dalle correnti più reazionarie. Queste hannomischiato le rivendicazioni sociali con la xenofobia e il nazionalismo. La crisi economica non ha fatto che accelerare questo processo, mentre il PD si ritirava dai quartieri popolari per trovare ascolto nei centri residenziali delle grandi città.
Se Salvini e Di Maio riusciranno a formare un governo, se invece sarà il Presidente della Repubblica a favorire un governo di coalizione o se, infine, ci sarà un nuovo ricorso alle urne, ciò che si può dare per sicuro è che la libertà di licenziamento ottenuta con il Jobs Act e la demolizione del sistema pensionistico ottenuta con la legge Fornero non saranno veramente messi in discussione. La grande borghesia, cioè la vera detentrice del potere, non lo consentirà mai. Potrebbe farlo solo se costretta da una grande mobilitazione della classe lavoratrice ma non certo per aiutare Salvini o Di Maio a salvare la faccia. È questione di tempo. Questi rivoluzionari da operetta saranno sbugiardati dai fatti. Si riproporrà in tutta la sua crudezza la vera contrapposizione sociale, quella tra lavoratori e capitalisti. La difesa dai licenziamenti, dalla precarietà, dai bassi salari e da un sistema pensionistico inumano, si presenterà come lotta per strappare alla grande borghesia almeno una parte dei profitti e dei patrimoni accumulati in questi lunghi anni di crisi. Come lotta di classe.


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