Internazionale

Costruire un partito comunista rivoluzionario

Da “Lutte de classe” n° 188 – Dicembre 2017

La classe operaia potrà liberarsi dallo sfrutta­mento, liberando la società dalla camicia di forza del capitalismo, solo se si sarà dotata di partiti comunisti rivoluzionari.

Il partito comunista rivoluzionario potrà rinascere e svilupparsi solo sulla base del socialismo scientifico, così come è stato elaborato centosettant’anni fa da Marx ed Engels ed enunciato nel Manifesto del partito comunista. Questo lavoro pone le basi del programma e della pratica di una corrente del movimento operaio che non si limita solo a difendere gli interessi materiali e politici dei lavoratori nell’ambito del sistema capitalistico, ma che si prefigge come obiettivo la distruzione di quest’ultimo.

Sono stati lo sviluppo del capitalismo moderno e la divisione internazionale del lavoro, accelerati dall’industrializzazione, ad aver generato e sviluppato un proletariato moderno, sola forza capace di sostituire l’organizzazione capitalistica della società con una forma economica e sociale superiore, il comunismo. Lo sviluppo del capitalismo, globalizzando l’economia, ha creato le basi economiche sulle quali il proletariato rivoluzionario potrà costruire una società liberata dallo sfruttamento, dalla concorrenza e dalle crisi.

In coerenza con il suo obiettivo fondamentale, la lotta del proletariato non può limitarsi ad agire all’interno delle frontiere nazionali. Al contrario, è una lotta internazionale la cui conclusione sarà la fine della dominazione economica e politica della borghesia mediante l’organizzazione della classe operaia in classe economicamente e politicamente dominante su scala mondiale.

Nella storia del movimento comunista, la costruzione del partito si fonde con la costruzione di un’internazionale, il partito mondiale della rivoluzione comunista.

Da quando lo sviluppo capitalistico ha semplificato i rapporti sociali dividendo la società “in due vasti campi ostili, in due grandi classi diametralmente opposte: la borghesia ed il proletariato”, per citare il Manifesto comunista, queste due classi non hanno mai cessato di combattersi. Vi sono momenti in cui questo combattimento rimane sotterraneo e si limita a scaramucce all’interno di un’impresa, che oppongono un padrone ai suoi operai; in altri momenti, si tratta di giganteschi scontri di classe, di scioperi o di insurrezioni. A volte queste battaglie si concludono con successi, almeno parziali, dei lavoratori, e spesso con sconfitte più o meno gravi.

Al di là della storia ufficiale e dei suoi sviluppi, al di là della rivalità tra le nazioni borghesi e delle loro guerre, la lotta di classe rimane il motore della storia anche nella nostra epoca.

D’altro lato, i rapporti di forza mutevoli tra la borghesia ed il proletariato, l’organizzazione capitalistica della società e la concorrenza che questa introduce fra i lavoratori hanno sempre esercitato un effetto che tende a dissolvere le organizzazioni che la classe operaia si è data. La società borghese, basata fondamentalmente sulla proprietà privata e sulla rivalità economica, introduce incessantemente la concorrenza tra i lavoratori stessi. “Questa organizzazione del proletariato in classe, e quindi in partito politico, è continuamente distrutta dalla concorrenza che si fanno gli operai tra loro”, constata il Manifesto comunista.

La battaglia per l’emancipazione sociale è, dunque, ad un tempo una battaglia contro l’individualismo e la concorrenza tra lavoratori e per la coscienza collettiva di appartenere ad una stessa classe sociale. È una battaglia che va sempre ricominciata finché la dominazione della borghesia sulla società non sia definitivamente abbattuta. Solo i periodi rivoluzionari sono in grado di saldare la classe operaia nella sua grande maggioranza attorno ai suoi interessi di classe e alla prospettiva politica che incarna. Solo in questi periodi la classe operaia può elevarsi al livello del suo compito storico, che consiste nel distruggere completamente i rapporti sociali capitalistici e nell’iniziare a costruire un nuovo ordine sociale, senza proprietà privata dei mezzi di produzione, senza concorrenza e senza sfruttamento.

“I comunisti dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente”, afferma il Manifesto comunista. Contrariamente alle fandonie dei riformisti “socialisti” o staliniani, la classe operaia non può conquistare il potere nell’ambito delle leggi stabilite dalla borghesia. La sua indipendenza politica è la condizione fondamentale: “Anziché abbassarsi ancora una volta ad applaudire i democratici borghesi, gli operai, e soprattutto la Lega, devono lavorare per costituire, accanto ai democratici ufficiali, un’organizzazione distinta, segreta e pubblica del partito operaio, e fare di ogni comunità il centro e la colonna portante di gruppi operai in cui la posizione e gli interessi del proletariato saranno discussi indipendentemente dalle influenze borghesi” (dall’Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti – Marx ed Engels, marzo 1850).

Fu sulla base di questo programma che il partito bolscevico poté condurre il proletariato russo alla presa ed all’esercizio del potere statale, facendo entrare le idee del socialismo scientifico nel campo dei fatti, sulla scala di un grande paese rappresentante un sesto del pianeta.

Lenin, il principale dirigente del partito bolscevico, aveva formulato così “i compiti dei socialdemocratici russi” nel 1897, cioè vent’anni prima della conquista del potere ad opera dei Soviet (consigli) che si erano dati i proletari della Russia:

“ Il nostro compito è di fondere la nostra attività con le questioni pratiche, quotidiane, della vita operaia, di aiutare gli operai ad orientarsi in queste questioni, di richiamare la loro attenzione sui principali abusi, aiutarli a formulare in modo più preciso e più pratico le rivendicazioni che presentano ai loro padroni, di sviluppare presso gli operai la coscienza della loro solidarietà, la coscienza dei loro interessi comuni e della causa comune a tutti gli operai russi, in quanto classe operaia una e indivisibile, parte dell’esercito mondiale del proletariato”.

Agli occhi di Lenin e di Trotsky, la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia nel 1917 fu la vittoria del primo distaccamento di questo “esercito mondiale del proletariato” ad essersi lanciato nella lotta decisiva. È impossibile separare in questa vittoria l’ampiezza e la profondità della mobilitazione rivoluzionaria del proletariato russo ed il ruolo del partito bolscevico durante gli otto mesi che vanno dall’inizio della rivoluzione di febbraio alla conquista del potere nell’ottobre 1917. Diciamo che la fusione tra la classe operaia ed il partito che raggruppava la sua avanguardia politica aveva raggiunto col passare dei mesi un livello mai uguagliato prima. Questa fusione si era operata durante questi otto mesi di scontri tra le classi ed era stata portata dalla rivoluzione al suo livello più alto.

Tuttavia, la rivoluzione stessa non avrebbe potuto fondere a questo punto la classe operaia con la sua avanguardia politica se prima non ci fossero stati gli anni di preparazione del partito bolscevico e dei suoi militanti, che agirono in simbiosi con la maturazione del proletariato stesso.

Non torneremo qui sull’importanza della rivoluzione del 1905 come “prova generale” di ciò che sarebbe successo nel 1917, né sulla profondità del regresso della combattività e dell’organizzazione del proletariato tra il 1907 e l’inizio del decennio successivo.

Il periodo di ascesa operaia nel 1905 e quello del profondo riflusso a partire dal 1907 hanno tuttavia contribuito, ciascuno a suo modo, a forgiare quel partito che resta per la nostra corrente un modello ed un riferimento. Alla luce dell’onda rivoluzionaria che seguì la rivoluzione russa, Lenin scrisse nel 1920: “Oggi abbiamo dinanzi a noi un’esperienza internazionale molto apprez­zabile, attestante con ogni evidenza che alcune caratteristiche essenziali della nostra rivoluzione non hanno una portata locale, né specificamente nazionale, né soltanto russa, bensì interna­zionale” (La malattia infantile del comunismo).

La vittoria del proletariato in Russia nell’ottobre 1917 risolse nel fuoco della rivoluzione il dibattito sulla natura del partito che necessita al proletariato stesso per prendere il potere. Innanzitutto, essa segnò in Russia una linea netta tra le correnti menscevica e bolscevica nel modo più radicale: mentre i bolscevichi conducevano il proletariato alla vittoria, i menscevichi, anche se sorti dallo stesso partito socialdemocratico russo, si schieravano definitivamente dalla parte della borghesia.

L’onda rivoluzionaria del periodo 1917-1921, che scosse gran parte dell’Europa, ha dimostrato, non nella teoria ma nella viva lotta rivoluzionaria, la validità dei metodi bolscevichi. Lo ha fatto con la vittoria nella rivoluzione russa e con la sconfitta nelle altre rivoluzioni.

Il proletariato riuscì a conquistare e conservare il potere solo in Russia. Molti fattori intervennero, certamente, nell’epilogo di situazioni rivoluzionarie che si trovò di fronte il proletariato in Germania, Ungheria, Finlandia e, fino ad un certo punto, in Italia. Fra questi fattori, c’era ovviamente il livello d’ampiezza e di profondità della mobilitazione del proletariato di ciascuno di questi paesi. Come pure c’era, di fronte, il grado di preparazione della stessa borghesia, la competenza del suo personale politico e militare, senza dimenticare gli aspetti legati alla situazione geopolitica, la dimensione del paese, lo sviluppo della sua economia, la sua vulnerabilità sul piano militare, ecc.

Tuttavia, sta di fatto che il proletariato russo riuscì non soltanto a conquistare il potere, ma anche a mantenerlo nonostante una guerra civile raddoppiata dagli interventi militari delle potenze imperialiste e nonostante le difficoltà economiche di un paese esteso ma sottosviluppato.

Questo periodo ha dato un carattere universale alla necessità di un partito di tipo bolscevico.

La borghesia tuttavia è riuscita a vincere questa prima grande battaglia internazionale tra le due classi fondamentali della società capitalistica, soprattutto perché ha trovato alleati nella socialdemocrazia, cioè nella direzione e nell’apparato politico dei partiti sorti dal movimento operaio. La socialdemocrazia riformista fornisce la prima illustrazione di questa dialettica della storia che ha trasformato partiti costruiti dal movimento operaio, le loro direzioni ed i loro apparati in strumenti della preservazione dell’ordine sociale capitalistico.

Con la burocratizzazione del primo Stato operaio, la storia ha riprodotto qualcosa di simile, con conseguenze ancor più durature e più gravi.

Lo stalinismo sorto dalla rivoluzione diventò il principale fattore contro-rivoluzionario, non soltanto in Unione sovietica, dove è stato l’espressione politica degli interessi della burocrazia, ma su scala internazionale.

L’azione della burocrazia nella stessa Unione sovietica, al fine di schiacciare la classe operaia e di massacrare tutta una generazione di rivoluzionari rimasti fedeli alla rivoluzione d’ottobre, si prolungò con il ruolo dello stalinismo su scala internazionale. Quest’ultimo non solo ha soffocato ogni sviluppo rivoluzionario nei paesi capitalistici (1936 in Spagna e in parte in Francia), ma, con la politica dei fronti popolari, ha incatenato lo stesso movimento operaio ai partiti politici della borghesia.

Durante la grande crisi dell’economia capitali­stica, a metà degli anni ’30, la borghesia ed il pro­letariato si sono nuovamente scontrati su scala internazionale. La classe dominante ha garantito la perennità del suo potere, in ogni caso in Europa, da un lato con il fascismo, dall’altro con i fronti popolari incentivati dallo stalinismo.

Negli scontri di classe degli anni trenta, in cui la grande crisi dell’economia capitalistica ha avuto un ruolo simile a quello svolto dalla prima guerra mondiale nell’avvio dell’onda rivoluzionaria del 1917-1921, il proletariato, che aveva ritrovato la sua combattività su scala internazionale, non ha tuttavia trovato una guida per condurre le sue battaglie fino in fondo. Peggio, coloro che si ergevano a dirigenti del movimento operaio, i partiti socialisti ed i partiti staliniani, si sono fatti
in quel periodo rappresentanti degli interessi politici fondamentali della borghesia ed hanno preservato l’ordine capitalistico su scala mondiale.

Come aveva allora riassunto Trotsky nel Programma di transizione, “la crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria”.

Non fu solo il proletariato, ma tutta l’umanità a pagare questa crisi di direzione con la Seconda guerra mondiale.

Il solo tentativo serio, sia sul piano della teoria che su quello dell’azione, per garantire la continuità del movimento operaio rivoluzionario, è stato quello dell’opposizione di sinistra in Russia e della IVa Internazionale. Il ruolo storico di Trotsky e della IVa Internazionale, che aveva proclamato poco prima di essere assassinato su ordine di Stalin, fu di mantenere la continuità politica del movimento rivoluzionario con la rivoluzione d’ottobre e, insieme a quest’ultima, anche con la corrente incarnata successivamente dalla Ia Internazionale di Marx e di Engels, poi dalla IIa Internazionale fino alla Prima guerra mondiale, e dall’Internazionale comunista negli anni 1919-1923.

Militante formatosi nella IIa Internazionale, membro influente della direzione della IIIa dopo essere stato uno dei principali dirigenti della rivoluzione russa, Trotsky ha incarnato di fronte allo stalinismo trionfante il meglio dell’eredità politica di queste due internazionali.

A tale considerevole capitale politico ereditato dal passato, egli ha aggiunto contributi d’importanza vitale sull’evoluzione dei rapporti tra la borghesia imperialista ed il proletariato dopo la decomposizione dello Stato operaio.

Tra questi contributi, vi fu, in primo luogo, l’analisi marxista dell’emergere di una burocrazia che agiva da parassita sullo Stato creato dalla rivoluzione proletaria.

Poi l’analisi di due fenomeni politici, il fascismo ed il fronte popolare, generati dall’imperialismo di fronte alla grande crisi del 1929 per evitare la minaccia della rivoluzione proletaria, nel primo caso con il terrore e nel secondo con l’inganno.

Gli scritti di Trotsky di quel periodo rappresen­tavano e rappresentano tuttora l’applicazione del ragionamento marxista a molti altri scossoni di un’epoca ricca di avvenimenti: la lotta contro l’ascesa del nazismo in Germania, la rivoluzione spagnola del 1936, il giugno 1936 in Francia o la mobilitazione senza precedenti della classe ope­raia degli Stati Uniti.

I suoi scritti politici contengono anche le chiavi per la comprensione di molti altri eventi verificatisi dopo la sua morte, come la trasformazione del giovane Partito comunista cinese in un partito nazionalistico che fu capace di impadronirsi del potere politico facendo leva sulla ribellione dei contadini poveri.

Noi ci richiamiamo alla IVa Internazionale, creata da Trotsky in un’epoca (1938) in cui, tra la burocrazia staliniana che trionfava sulle rovine della rivoluzione dell’ottobre 1917 ed il fascismo insediatosi in Germania ed in Italia, era “mezzanotte nel secolo”, secondo un’espressione di Victor Serge. Il Programma di transizione, quale manifesto del marxismo rivoluzionario nell’epoca dell’imperialismo, conserva oggigiorno tutta la sua validità.

Tuttavia, né con Trotsky vivo né ancor meno dopo la sua morte, le idee ed il programma rivoluzionario da lui incarnati si sono potuti radicare nuovamente nella classe operaia.

In Unione sovietica, unico paese dove, con l’Opposizione di sinistra, esisteva un partito che incarnava, con militanti formati e ricchi dell’esperienza della rivoluzione russa stessa, l’eredità del partito bolscevico dei primi anni di trasformazione economica in senso socialista e della lotta contro la burocratizzazione crescente, questo partito venne letteralmente liquidato dalla burocrazia staliniana. Fu una lotta all’ultimo sangue nel pieno senso del termine, una lotta in cui, attraverso l’azione dei militanti dell’Opposizione di sinistra, il proletariato si scontrava con la degenerazione del proprio Stato e con lo strato privilegiato burocratico che questo stesso Stato aveva sviluppato. Lo scontro continuò su scala internazionale.

I partiti sorti dall’Internazionale comunista, trasformatisi in partiti staliniani, condussero ovunque una guerra spietata a tutti coloro che denunciavano l’usurpazione della denominazione comunista da parte della corrente staliniana e condannavano la dittatura burocratica dell’Unione sovietica staliniana in nome del marxismo rivoluzionario.

Lo stalinismo ha conosciuto successivamente il declino che si sa, sia in Unione sovietica che nel movimento operaio internazionale. Nondimeno, il proletariato e in fondo tutta la società non hanno finito di pagarne il prezzo.

Come si pone oggi la questione del partito

Un secolo dopo la rivoluzione russa, il proletariato non ha preso il potere in nessuna parte del mondo. Non vi è stato alcun luogo al mondo dove sia stato in condizione di prenderlo. Attualmente, il proletariato non dispone, in nessun paese del mondo, di un partito rivoluzionario proletario, strumento necessario per la sua emancipazione.

Non analizzeremo qui le ragioni di questo lungo ritardo. Diciamo che, per quanto riguarda il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, tali ragioni derivano da fattori oggettivi che sono, completamente o parzialmente, estranei al movimento rivoluzionario, come una certa stabilità nei paesi imperialisti negli anni ’50-’60. In gran parte, la borghesia imperialista ha dovuto questa stabilità alla collaborazione attiva della burocrazia sovietica e del movimento stalinista al ristabilimento dell’ordine capitalistico. Questi hanno troncato o sviato l’onda rivoluzionaria provocata dalla seconda macelleria imperialista, più mortale ancora della prima. L’hanno soffocata nei paesi imperialisti sviluppati e in quelli sottosviluppati oppressi dall’imperialismo, hanno contribuito a incanalare i movimenti rivoluzionari delle masse povere sulla strada del nazionalismo.

I potenti scossoni rivoluzionari che hanno allora destabilizzato l’ordine imperialista mondiale, dalla Cina all’Indonesia, dall’India all’Indocina, non lo hanno distrutto. Non era l’obiettivo delle direzioni nazionalistiche, la cui ambizione politica si limitava a consentire l’arrivo al potere di una borghesia autoctona. Ciò che la Cina è diventata oggi, con il suo capitalismo selvaggio ed i suoi “miliardari rossi”, si trovava già in germe nella prospettiva che Mao ed i suoi hanno dato al loro popolo in rivoluzione.

Costretto dalle guerre d’emancipazione dei popoli oppressi, l’imperialismo avrebbe abbandonato la forma coloniale della sua dominazione, ma non la dominazione stessa.

Per quanto riguarda i rapporti di classe, la borghesia imperialista ha integrato le borghesie dei paesi poveri nel sistema capitalistico mondiale, disinnescando la minaccia della rivoluzione.

In Francia, durante i decenni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale, i vecchi partiti sorti dal movimento operaio si sono completamente schierati nel campo della borghesia. Il partito socialista ha perso ogni carattere di partito operaio per diventare uno dei pilastri della Va Repubblica borghese, uno dei poli del sistema d’alternanza politica prima che questo sistema affondasse ingloriosamente, cedendo il posto a Macron ed al Fronte nazionale.

Il Partito comunista ha abbandonato le spoglie dello stalinismo, conservandone solo la sua profonda diffidenza riguardo al proletariato ed alle sue iniziative. Diventato una forza di supplemento al Partito socialista, lo ha preceduto nel suo declino. I militanti del movimento operaio hanno trovato rifugio nei sindacati, un rifugio ben fragile però, poiché gli stessi apparati sindacali hanno proseguito la loro integrazione nello Stato imperialista.

La situazione attuale è profondamente segnata dal fatto che la nuova grave crisi dell’economia capitalistica trova la classe operaia politicamente disarmata. Non solo essa non dispone di un partito mirante al rovesciamento del sistema capitalistico, ma in mancanza di tale partito è nell’incapacità di difendersi sul piano politico. In causa non è la classe operaia stessa, ma le sue organizzazioni. Non solo essa ha conservato il suo ruolo indispensabile nella produzione, ma su scala internazionale si è rafforzata numericamente nei paesi poveri con nuovi contingenti di quella “armata del proletariato” di cui parlava Lenin.

Nel corso della sua storia, lo sviluppo dell’economia capitalistica ha diversificato il proletariato allargandone nel contempo le file. Ha inventato forme più o meno nuove di sfruttamento o, almeno, modi “moderni” per mascherarlo (oggi tra di questi travestimenti vi sono la categoria degli “imprenditori in proprio” e le “partite Iva”).

Tale evoluzione, d’altra parte, diversificando la composizione della classe salariale a favore dei servizi, delle banche, delle assicurazioni, del sistema sanitario, ha differenziato le retribuzioni ed alcuni aspetti delle condizioni d’esistenza di quelli che hanno soltanto il loro salario per vivere. La borghesia ed i suoi ideologi utilizzano queste differenze per tentare di cancellare la contrapposizione fondamentale di classe tra gli sfruttati e quelli che si arricchiscono del loro sfruttamento.

Per questo è importante combattere il corporati­vismo che è in fondo una delle armi della bor­ghesia per mantenere la sua sovranità.

La classe operaia dell’industria e dei trasporti continua tuttavia a costituire la maggior parte dell’esercito del proletariato, anche nei paesi imperialisti in cui i pensatori della borghesia annunciano la sua scomparsa. Gli operai dell’industria in Francia sono oggi più numerosi che all’epoca dei grandi scioperi del giugno 1936.

Il capitalismo in crisi distrugge giorno dopo giorno le basi delle idee riformiste. Il declino delle correnti socialdemocratica e stalinista ne è l’esempio. Tuttavia, in un contesto d’evoluzione reazionaria della società, le idee e la coscienza hanno accusato un certo ritardo rispetto alla realtà.

In Francia come in tutti i paesi imperialisti, la classe operaia rimane segnata dalla prospettiva sempre più illusoria di poter cambiare la realtà della condizione proletaria nell’ambito del sistema capitalistico. L’aumento progressivo delle astensioni nelle elezioni indica soltanto un disgusto rispetto alla politica, ma non una presa di coscienza degli interessi politici degli sfruttati. L’elettoralismo segna ancora profondamente la classe operaia. Per una sua parte importante, in particolare per ciò che rimane del movimento operaio organizzato, le prospettive elettoralistiche appaiono più credibili delle prospettive rivolu­zionarie.

Il movimento operaio organizzato, il movimento sindacale, pur indebolito e con molti militanti demoralizzati, raggruppa tuttavia ancora la maggioranza dei lavoratori desiderosi di lottare per difendere la loro classe. Il carattere conservatore delle direzioni dei sindacati, la loro integrazione nel sistema, non possono essere combattuti con il codismo, né con il settarismo.

La “sinistra” riformista in tutte le sue forme (pseudo-socialisti, pseudo-comunisti e recente­mente i fautori di Mélenchon), pur influenzando lo stato d’animo dei lavoratori in senso elettora­listico, ne costituisce anche il riflesso.

Questo stato di cose reale deve essere il punto di partenza dei rivoluzionari comunisti. Conquistare una frazione della classe operaia alle idee comuniste rivoluzionarie può essere realizzato solo con l’affermare in permanenza l’esistenza di una corrente comunista rivoluzionaria e di una politica rivoluzionaria fondamentalmente diverse.

Nella storia internazionale della corrente rivolu­zionaria del movimento operaio, non solo c’è stata una continuità d’idee, ma anche una continuità fisica tra i militanti e le organizzazioni della Prima, e poi della IIa e della IIIa Internazionale. Nell’ambito dell’Internazionale che cedeva il posto a quella successiva si erano formati i mili­tanti ed i dirigenti delle nuove organizzazioni. Dopo il tradimento della IIa Internazionale e della maggior parte dei suoi dirigenti, la IIIa Interna­zionale ha potuto appoggiarsi ai militanti che avevano rifiutato il tradimento. Lo stalinismo ha rotto questa continuità.

Nonostante la rottura fisica della continuità storica, la lotta per la rinascita di partiti comunisti rivoluzionari non parte dal nulla. Il marxismo rivoluzionario continua a vivere negli scritti di Marx, Engels, Rosa Luxemburg, Lenin, Trotsky e molti altri. Sarà sulla base di queste idee che un partito comunista rivoluzionario si potrà ricostruire.

Trasmettere esattamente le idee marxiste alle nuove generazioni e soprattutto alla nuova generazione della classe operaia rimane il compito essenziale della nostra epoca. A cominciare dalla concezione materialistica della storia, di cui Trotsky scrisse, in occasione del 90o anniversario del Manifesto comunista, che essa “ha completamente resistito alla prova degli avvenimenti e ai colpi della critica ostile: costituisce oggi uno degli strumenti più preziosi del pensiero umano. Tutte le altre interpretazioni del processo storico hanno perso ogni valore scientifico. Si può dire con certezza che attualmente è impossibile non solo essere un militante rivoluzionario, ma semplicemente un uomo politicamente istruito senza aver fatto propria la concezione materialistica della storia”.

È particolarmente importante capire ed assimilare questa idea, soprattutto nella nostra epoca di trionfo delle idee reazionarie, di ritorno delle religioni e del misticismo.

Le organizzazioni che fanno riferimento alla IVa Internazionale e al trotskismo sono state messe fuori dal movimento operaio a causa della violenza staliniana. La maggior parte ha subito, sotto forme diverse, le pressioni della piccola borghesia intellettuale in cui avevano trovato un rifugio e ha finito per abbandonare la politica comunista rivoluzionaria nei fatti, spesso disconoscendone persino le idee fondamentali.

La corrente politica incarnata oggi da Lutte ouvrière è nata, durante la seconda guerra mondiale, da una rottura con la direzione ufficiale della IVa Internazionale qual era diventata dopo la morte di Trotsky nel 1940. Priva della direzione di Trotsky, la IVa Internazionale è esplosa in numerose organizzazioni e oggi si può dire che è morta come organizzazione senza essere realmente vissuta.

La nostra concezione del partito comunista rivoluzionario è quella di Lenin: il partito comunista rivoluzionario deve essere certamente uno strumento di propaganda, una scuola per i lavoratori. Deve partecipare alla vita della classe operaia e a tutte le sue lotte, comprese le più immediate. Deve però essere, soprattutto, lo strumento della lotta per il potere, lo strumento che il proletariato dovrà utilizzare per strappare il potere politico alla borghesia.

Un vero partito comunista può condurre fino alla fine, fino al massimo delle possibilità, anche le battaglie dei lavoratori che in partenza appaiono minori. Lo può fare proprio perché si mette in questa prospettiva, perché non cerca di preservare nulla del potere della borghesia e delle sue istituzioni, perché i suoi militanti non hanno piani di carriera nell’ambito di un sistema che cercano di distruggere. Si fida della classe operaia e non teme di esserne scavalcato.

Lutte ouvrière, così com’è oggi, non è ancora un tale partito, ma un suo embrione che milita con l’obiettivo di costruirlo.

Per riaffermare che il futuro partito comunista rivoluzionario vada costruito cercando di far prevalere il tipo d’organizzazione ed i metodi di lavoro bolscevichi, il testo fondatore della nostra corrente, il cosiddetto rapporto del 1943, affermava: “la concezione bolscevica è stata consacrata dalla vittoria della rivoluzione dell’ottobre 1917. La degenerazione della rivoluzione d’ottobre ha però rimesso in discussione la concezione stessa del partito. Lo stalinismo ha portato ad una situazione in cui il proletariato, che ha preso il potere ed ha sostituito la proprietà privata con l’economia pianificata, è allontanato dal potere politico da una burocrazia che, pur mantenendosi sulla base dei rapporti creati dalla rivoluzione, rappresenta dal punto di vista politico, sociale, morale, ecc., la negazione stessa del bolscevismo. Ma, nell’incapacità di spiegare lo stalinismo come questo prodotto della marcia reale della lotta di classe, molti “critici” arrivano al punto di accusare il bolscevismo stesso come non democratico, ecc., e quindi come responsabile dello stalinismo. Ma nessuno di questi critici è riuscito ad inventare qualcosa di nuovo che possa impedire che il partito, che è un mezzo, si possa rompere nel corso del suo compito, sia a causa del suo contenuto materiale ed ideologico insufficiente (come vari partiti della Terza internazionale appena nati), sia dopo l’esaurimento di questo contenuto nel compimento dell’obiettivo rivoluzionario: tale fu la sorte del partito bolscevico in Russia. Questi “critici”, del resto, hanno finito per allontanarsi dalla lotta rivoluzionaria e sono tornati a concezioni borghesi. LE MALEFATTE DELLO STALINISMO NON POSSONO ESSERE ATTRIBUITE AL BOLSCEVISMO DI CUI ESSO NON È LA CONTINUAZIONE MA LA NEGAZIONE”.

Questa riaffermazione della fedeltà alla concezione bolscevica del partito nonostante e contro lo stalinismo è di molti decenni, ma conserva tutta la sua validità. Il partito potrà costruirsi soltanto a condizione che la sua ossatura sia costituita da militanti che accettino una struttura organizzativa che Lenin chiamava centralismo democratico.

La questione di sapere se il partito comunista rivoluzionario da costruire debba essere un partito di massa o “un   partito di rivoluzionari di professione”, quando è mal posta, porta spesso a discussioni oziose. L’obiettivo del partito comunista rivoluzionario è ovviamente quello di diventare un partito di massa, nel senso di essere in grado di organizzare una frazione importante del proletariato e di godere del sostegno della sua maggioranza. Senza ciò, non potrà svolgere il suo ruolo, cioè conquistare il potere facendo leva sullo slancio dell’insieme della classe operaia. Il partito bolscevico non avrebbe potuto – e non volle! – prendere il potere senza essere diventato il partito ampiamente maggioritario nella classe operaia. La progressione del partito bolscevico, misurata col metro delle elezioni ai Soviet, è stata un elemento determinante nella decisione di partire all’attacco del potere.

Tuttavia, l’embrione del partito non potrà crescere e diventare un vero partito senza un nucleo di militanti dediti alla causa del comunismo rivoluzionario, determinati, competenti, conquistati alle idee marxiste, militanti che conoscano le battaglie passate del proletariato e che siano in grado di condividerne le esperienze.

Esso diventerà un vero partito di massa e si temprerà nella lotta di classe solo in periodo rivoluzionario, cioè in un periodo in cui la classe operaia nel suo complesso sarà mobilitata nella lotta e farà emergere dalle sue file migliaia di donne e di uomini che, grazie alla lotta, avranno maturato la convinzione che occorre rovesciare il potere della borghesia. Per diventare lo strumento della conquista del potere del proletariato, occorre però che la sua strategia e la sua politica siano giorno dopo giorno ispirate da questo obiettivo anche nei periodi in cui lo stato d’animo della classe operaia non è ancora giunto a quel punto.

È invece stupido e risibile pensare che possa costituire una scorciatoia l’abbandono di tutta una parte delle idee comuniste rivoluzionarie per allargare le proprie file e tentare di diventare un partito di massa. Si tratta in generale di una maschera per nascondere il fatto che si sta abban­donando la prospettiva comunista rivoluzionaria.

Per un gruppo di comunisti rivoluzionari, sarebbe altresì puerile pensare che basti fare propaganda per il proprio programma vigilando sulla sua purezza ed in attesa dei periodi rivoluzionari in cui la classe operaia faccia emergere dei militanti alla ricerca di un programma e di una politica. Non a caso Lenin parlava a questo proposito di “malattia infantile del comunismo”.

Un’organizzazione, anche se non è ancora un par­tito ma soltanto un suo embrione, deve parteci­pare alla lotta di classe reale così com’è e diffon­dere le proprie idee e la propria politica. Occorre che cerchi continuamente di allargare la sua azione appoggiandosi a donne e a uomini che condividano le prospettive comuniste rivoluzio­narie anche se non sono pronti ad impegnarsi completamente nell’attività pratica.

Se per costruire un tale partito è indispensabile l’impegno di un nucleo di militanti che Lenin qualificava come militanti di professione, è precisamente per permettere la continuità dell’attività comunista rivoluzionaria ed integrare in un’unica azione anche le attività limitate, parziali o specifiche della frazione più larga possibile di donne e uomini pronti a dare il loro contributo alla costruzione del partito.

Nondimeno, anche lì, non si tratta di mettere acqua nel proprio vino rivoluzionario. Non solo è indispensabile che tutti i gruppi e i comitati che contribuiscono alla costruzione del partito si sentano parte del “campo dei lavoratori”, ma occorre che questi condividano la stessa prospettiva e lo stesso programma fondamentale. Solo così potranno tessere legami politici tra il futuro partito ed i lavoratori. Solo così potranno dare il loro contributo ad attività tanto indispensabili per un’organizzazione comunista rivoluzionaria, anche piccola, come la conquista di giovani lavoratori e giovani intellettuali decisi ad unirsi alla sua battaglia.

D’altra parte, è chiaro che un embrione di partito non può partecipare alle lotte quotidiane dei lavo­ratori, conquistare la loro fiducia e la credibilità politica per diventare un partito, senza partecipare ad ogni tipo di organizzazione (sindacati, asso­ciazioni culturali o sportive, circoli di inquilini, gruppi d’alfabetizzazione, di difesa dei clandestini ecc.) la cui ragion d’essere non è per nulla la rivo­luzione sociale. Si tratta però di parteciparvi difendendo la politica comunista rivoluzionaria. Ed è lì che è importante, per i militanti ed i simpa­tizzanti rivoluzionari comunisti, circondarsi degli appoggi alle loro azioni ed alla trasmissione delle loro idee.

Tutto questo ambiente largo -l’espressione va intesa in rapporto alla nostra scala- deve costituire l’estensione dell’organizzazione sul piano politico.

Sarebbe vano provare ad immaginare oggi quale sarà la strada attraverso cui un’organizzazione come la nostra potrebbe trasformarsi da embrione in partito. Ciò si realizzerà con il contributo di militanti della classe operaia, segnati oggi dal riformismo e dall’elettoralismo ma che non hanno abbandonato la battaglia, né perso il morale, militanti che un risveglio della combattività porterebbe a non accontentarsi più di un surrogato, né nella variante PC, né nella variante di Mélenchon? Oppure lo slancio decisivo verrà dalla giovane generazione di lavoratori, resa precaria e respinta decenni indietro verso la condizione operaia del passato, una condizione che per i lavoratori dei tre quarti sottosviluppati del pianeta non è mai cambiata?

Sarebbe altrettanto vano speculare sui prossimi sussulti della classe operaia, benché sia difficile immaginare la costruzione del partito come qualcosa di lineare, con un’adesione alla volta. Tali sussulti potrebbero accelerare la costruzione del partito offrendo occasioni che occorrerebbe saper cogliere ma che è impossibile prevedere. Basti citare, per quanto riguarda la Francia, le opportunità offerte dal maggio 1968 non colte dalle correnti che allora facevano appello alla rivoluzione.

Sarebbe infine illusorio pensare che, anche dopo la rovina dei partiti venuti dal passato del movimento operaio (il PCF in particolare), la battaglia per le prospettive rivoluzionarie e contro quelle del riformismo sia arrivata alla conclusione. Le lotte politiche tra i fautori di queste due prospettive hanno accompagnato, sotto forme diverse, tutta la storia del movimento operaio. Anche un ritorno importante della combattività operaia nel campo politico andrà a vantaggio ugualmente, e all’inizio certamente di più, di partiti o di forze politiche elettoralistiche. È dunque ancor più importante che la corrente comunista alzi la sua bandiera e conduca la battaglia contro i mercanti di illusioni.

Terminiamo con il fatto che la costruzione di un partito comunista rivoluzionario è legata indissolubilmente a quella di un’Internazionale comunista rivoluzionaria. Le condizioni che permetteranno lo sviluppo del primo consentiranno la rinascita della seconda. Ciò richiede di avere una politica orientata in questa direzione. Per l’Internazionale, come per il partito qui in Francia, il filo conduttore di questa costruzione sarà il marxismo rivoluzionario.

6 ottobre 2017

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière (Francia), il 3 dicembre 2017


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