Internazionale

La crisi dell’economia capitalistica

Da “Lutte de classe” n° 188 – Dicembre 2017

Da parecchie settimane le dichiarazioni governative e i commenti dei mass media hanno ripreso un tono ottimista per quanto riguarda la situazione dell’economia capitalistica mondiale. La parola “ripresa” ritorna spesso, attenuata dagli aggettivi “prudente”, “fragile”, ecc.

Questo ottimismo rispetto alla ripresa si accom­pagna tuttavia con dichiarazioni allarmistiche sulla minaccia di un crollo finanziario.

La Banca centrale europea (BCE) si dichiara ottimista sulla ripresa, anche se con questa sfumatura espressa dal suo presidente Mario Draghi: “a condizione che nessun rischio si concretizzi nel frattempo”. Da parte sua, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche (OFCE) scrive nel suo ultimo rapporto sulle prospettive economiche: “è iniziata una ripresa in tutte le zone geografiche”, ma aggiunge subito dopo: “i segni della crisi non sono ancora cancellati, e la disoccupazione diminuisce ma resta elevata nella zona euro”.

Le previsioni economiche, anche quelle delle istituzioni internazionali più rappresentative dell’economia capitalistica, assomigliano alla lettura nella palla di cristallo di una veggente!

L’ottimismo degli economisti della borghesia poggia solo su due elementi paralleli: il profitto delle imprese e l’importo dei dividendi distribuiti agli azionisti.

Sotto il titolo “Semestre fasto per le imprese del CAC 40”, Les Échos del 1°-2 settembre 2017 afferma: “In un solo semestre, le imprese del CAC 40 hanno accumulato benefici uguali a quelli di tutto il 2013 e quasi gli stessi del 2015: 50,241 miliardi di euro, cioè un aumento del 23,6% in un anno (…). I profitti record del 2007 (cioè alla vigilia dello scoppio della crisi attuale, NdR), 96 miliardi di euro, non sembrano più irraggiungibili in un periodo relativamente breve (…). La buona notizia è anche l’accelerazione della crescita del fatturato (+ 6,9%): “Tutti gli indicatori hanno il segno verde per la prima volta da tempo”, riconosce l’agenzia Ricol Lasteyrie”.

Il responsabile mondiale Azioni della società finanziaria Amundi (società di gestione di attivi) afferma da parte sua: “si può prevedere un ritorno al livello di redditività di prima della crisi”.

Questi profitti da record si riflettono nei dividendi distribuiti agli azionisti: 1 154 miliardi di dollari sono stati pagati dalle 1 200 più importanti società su scala mondiale. Ed è soltanto la parte emersa dell’iceberg poiché queste cifre non tengono conto dei fondi speculativi e delle filiali delle banche dislocate nei paradisi fiscali.

A questo livello, le cifre stesse non hanno più un rapporto con la realtà. Il valore delle fortune accumulate trova tutto il suo senso quando lo si paragona con i centesimi risparmiati sui salari o con le pause soppresse sulle catene di montaggio o nei supermercati dove le cassiere sono costrette ad indossare un pannolino perché si proibisce loro di andare in bagno nelle ore di lavoro!

Dietro i numeri dell’economia, c’è una realtà di classe: il continuo arricchimento della grande borghesia. Sarebbe fastidioso elencare i numerosi miliardari citati nella rivista specializzata Forbes. Il loro numero aumenta, e più ancora la fortuna di ciascuno.

Le banche, da parte loro, salvate dal crollo del 2008-2009 grazie all’iniezione di denaro pubblico e poi sostenute in modo massiccio sia dalla Riserva federale americana (Fed) che dalla Banca centrale europea, hanno incassato profitti eccezionali: 23 miliardi di euro nel 2016 per i sei primi gruppi bancari francesi; 27,8 miliardi di dollari per la sola JP Morgan, la prima banca americana.

Alcuni commentatori credono di individuare gli indizi di una ripresa in altri elementi: nel fatto che quest’anno, in Francia, il numero delle creazioni di imprese supera quello delle cessazioni; nella presunta diminuzione della disoccupazione in Germania, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti; o anche nel fatto che su scala planetaria i prezzi dei metalli industriali riprendono a crescere come riflesso di una crescita della domanda.

Queste dichiarazioni dipendono, nel migliore dei casi, da un beato ottimismo, ma ben più spesso sono grossolane deformazioni della realtà o menzogne pure e semplici. Le Monde del 29 settembre titola in modo trionfale: “Finalmente la Francia ricrea fabbriche”, e sottotitola: “nel primo semestre, le aperture sono state più numerose delle chiusure, per la prima volta dal 2009”. Ma il corpo dell’articolo modera questa affermazione. Vi si aggiunge, infatti, che “questa schiarita momentanea è lungi dal cancellare anni di deindustrializzazione: il paese conta oggi ancora circa 570 fabbriche di meno rispetto al 2009”. Le Monde spiega soprattutto che le nuove fabbriche sono imprese ben più piccole di quelle soppresse -certamente delle start-up dal futuro incerto- e che “gli impianti che si aprono contano in generale un organico più basso di quelli che sono stati chiusi”.  

Secondo l’osservatorio economico Trendeo, la produzione industriale rimane inferiore a quella del 2007 del 10%.

Nel commentare le statistiche INSEE sulla disoccupazione, Le Monde del 7 ottobre così afferma nel titolo: “la ripresa si radica ma la disoccupazione diminuisce troppo lentamente”. Quindi, nonostante le cifre ufficiali, non si possono trarre grandi conclusioni sulla realtà della ripresa. Ma non importa: altrove tutto va molto meglio!

I portavoce economici della borghesia presentano la Francia come un caso particolare se paragonato ai suoi vicini, la Germania e la Gran Bretagna, dove la disoccupazione sarebbe in diminuzione. Anche gli Stati Uniti sarebbero sulla strada della piena occupazione.

È una spudorata campagna di menzogne. Anche là dove “la disoccupazione in senso stretto si stabilizza (…), i posti di lavoro precari si moltiplicano” (Alternatives économiques). Ciò che il gergo statistico chiama “disoccupazione in senso stretto” è la disoccupazione della categoria A, cioè i disoccupati che non hanno lavorato per niente durante i mesi precedenti. l Nella Francia metropolitana il loro numero ammonta a 3,5 milioni. Questa cifra però non tiene conto di quelli che hanno sì lavorato ma meno di 78 ore, né dei disoccupati in formazione, né di quelli con contratti tipo LSU. Sono riuniti sotto la moderata espressione di “attività ridotta”, in poche parole con un salario ridotto, talmente ridotto da non permettere al dipendente di vivere con un solo lavoro.

In Germania, in effetti, la disoccupazione è bassa. Tra il 1992 ed il 2013, in vent’anni, il numero degli attivi è aumentato di quasi 4 milioni. Nello stesso tempo, se le persone al lavoro sono molte di più, il numero totale delle ore lavorate è invece diminuito, da 69 miliardi a 66 miliardi all’anno!

Molte più persone al lavoro, ma in totale meno ore lavorate. La realtà è un forte aumento dei lavori a tempo parziale imposti, quindi salari parziali o lavoretti inferiori a 20 ore al mese che non permettono di vivere a meno di cumulare due impieghi o più.

In Francia, dalla crisi economica del 2008, i lavori part-time sono cresciuti dell’80%. In Gran Bretagna, basta avere lavorato un’ora nella settimana per non essere considerato come disoccupato in quella stessa settimana.

Quanto alla “piena occupazione” che sarebbe sul punto di essere raggiunta negli Stati Uniti -le statistiche ufficiali indicano un livello di disoccupazione del 4,4% -, non è altro che una grossolana strumentalizzazione della realtà. Il sito Shadow Statistics ritiene, contando tutti i lavoratori “scoraggiati” (una categoria che non è più contabilizzata dal 1994), che il tasso di disoccupazione è in realtà del 23%.

Le cifre ostentate per tentare di far credere che la disoccupazione diminuisce indicano tutt’altra cosa. Mostrano fino a che punto le imprese capitalistiche ed i loro azionisti siano riusciti ad approfittare del rapporto di forza che la disoccupazione di massa garantisce loro per generalizzare la precarietà e la flessibilità, aumentare lo sfruttamento e moltiplicare il numero di lavoratori sì in attività, ma sprofondati nella povertà.
Un altro dato, riaffermato come segno di una ripresa, è l’aumento dei prezzi dei metalli di base scambiati sul London Metal Exchange (principale mercato per questi prodotti): ferro, rame, zinco. È infatti una novità rispetto all’anno scorso, poiché i corsi di queste materie prime industriali erano decisamente crollati dalla metà del 2014.

Il corso del rame, ad esempio, è in rialzo di più del 15%. Di colpo, il Cile ed il Perù, i due più grandi produttori mondiali di questa essenziale materia prima industriale, attirano gli investitori, compresi quelli che hanno l’intenzione di investire nella produzione con nuove aperture di miniere ed assumendo manodopera. L’aumento del prezzo del rame avrebbe del resto innescato una concorrenza sfrenata tra grandi trusts e le banche che li supportano. È ancora Les Échos del 28 settembre ad affermare che “In America latina, continente che ospita il 40% delle riserve di rame del pianeta, il numero delle trivellazioni effettuate nell’ambito di programmi d’esplora­zione non era mai stato così alto dal 2013, secondo S.P. Global Market Intelligence”.

La stagnazione precedente della produzione aveva portato ad una diminuzione della domanda di materie prime, facendone crollare i prezzi. Ciò aveva provocato la chiusura di una quantità di miniere, il ritiro dei capitali e licenziamenti. Il crollo è stato certamente eccessivo. Gli speculatori prevedono chiaramente un contraccolpo opposto. Ad esempio, la previsione che il prezzo del minerale di ferro, dopo essersi molto abbassato, probabilmente riprenderà ad aumentare, attira non soltanto i capitali investiti nell’estrazione di questo minerale, ma anche capitali speculativi. Questi ultimi si accontentano di convogliare il proprio denaro su questa materia con la speranza che potranno rivendere le loro scorte prima che il movimento si inverta, senza che ciò si traduca nel benché minimo investimento. Gli anticipi puramente finanziari, cioè speculativi, amplificano così i sobbalzi della produzione.

I capitali si dirigono verso le imprese industriali anche per compiere operazioni di fusione-acqui­sizione, cioè di rilevamento di imprese ad opera di quelle più potenti. Queste operazioni, in netta ripresa nel corso dell’anno passato, comportano una crescente concentrazione dei capitali, senza che ciò si traduca in investimenti produttivi, e tanto meno in creazione di posti di lavoro. Al contrario, le ristrutturazioni, conseguenze abituali di queste fusioni-acquisizioni, sono accompa­gnate dalla soppressione di posti di lavoro.

Questo tipo d’investimento, certamente in relazione con la produzione, non crea nuove forze produttive. Consiste essenzialmente nel riacqui­stare la quota di mercato di un concorrente. Al di là del coinvolgimento degli Stati interessati nel­l’acquisizione di fatto di Alstom da parte di Siemens o dei cantieri STX da parte di Fincan­tieri, le crisi economiche sono sempre state perio­di di concentrazione di capitali. Ai mastodonti che dominano un settore economico subentrano mastodonti ancora più potenti. L’imperialismo significa il dominio dei monopoli. La finanzia­rizzazione dà loro sempre più mezzi, succhiando la linfa di tutta la vita economica.

L’acquisto da parte di grandi imprese di proprie azioni ovviamente non crea forze produttive aggiuntive. È tuttavia uno dei mezzi privilegiati dei consigli d’amministrazione di queste grandi imprese per spendere i loro profitti. La pubblicazione americana Foreign Affairs afferma che tra il 2003 ed il 2012, le società del S&P 500 -cioè le 500 più grandi imprese quotate nelle Borse americane- hanno usato il 54% dei loro profitti per l’acquisto di azioni. Di più: per farlo prendono denaro in prestito! Il serpente finanziario in un certo modo si morde la coda. Ma questa aberrazione non è tale dal punto di vista dei grandi azionisti. L’acquisto e la distruzione di una parte delle azioni di un’impresa aumentano automaticamente il valore delle azioni restanti e quindi vanno a vantaggio degli azionisti più danarosi. È uno dei mezzi più efficaci per arricchire sempre di più i più ricchi e per aumentare la disuguaglianza all’interno della stessa borghesia abbiente.

Come scrive Le Monde, “i fondi d’investimento straripano di denaro, le banche si battono per offrire loro finanziamenti abbondanti e poco costosi, e la tentazione di iniettare sempre più prestiti è forte”.  In poche parole, diventa più forte la tentazione di piazzare capitali in obbligazioni di Stato, buoni del tesoro, ecc., cioè in titoli che rappresentano i cosiddetti debiti sovrani, cioè quelli di Stato. Marx già parlava del ruolo del debito pubblico che, “con un colpo di bacchetta dota il denaro improduttivo di una virtù riproduttiva e così lo converte in capitale evitando così che debba subire i rischi, i disor­dini inseparabili dal suo impiego industriale…” (Il Capitale).

La finanziarizzazione che ha portato all’ipertrofia della sfera finanziaria ha dotato questa bacchetta magica di una potenza incomparabilmente più grande di quella esistente al tempo di Marx.

Il mondo della finanza è di nuovo in fase di surriscaldamento. Il debito degli Stati e quello delle famiglie raggiungono nuovi apici sia negli Stati Uniti che in Cina. Ciò fa scrivere a Le Monde (9 - 10 luglio 2017) che “il carico del debito delle famiglie americane non è mai stato così pesante (…). Ammonta a 50 miliardi di più del record registrato al terzo trimestre del 2008 in occasione del fallimento della Lehman Brothers” e così titola l’articolo: “I germi della prossima tempesta finanziaria”!

La minaccia è percettibile a tal punto che il segretario al Tesoro americano (cioè il ministro dell’economia) ne fa un argomento di ricatto per convincere il Congresso a votare al più presto la riforma fiscale proposta da Trump. Les Échos del 19 ottobre così commenta: “Il discorso del segretario al Tesoro ha avuto un particolare riscontro alla vigilia dell’anniversario del Black Monday, quel Lunedì nero dell’ottobre 1987 segnato dalla caduta dell’indice Dow Jones, la più importante della sua storia (- 22,6   % in un giorno)”.

La politica che consiste nel subordinare le risorse e le possibilità dello Stato alle necessità delle finanze -cioè dei finanzieri e del grande capitale per il quale agiscono- va oltre la piccola persona di Macron (anche se il cinismo di quest’ultimo è notevole quando ritira i titoli borsistici del reddito imponibile sui patrimoni, sostenendo che ciò favorisce gli investimenti produttivi!). In forme diverse, tutti i paesi imperialisti hanno la stessa politica. Si tratta qui di un’esigenza del grande capitale.

Uno degli aspetti più abietti della subordinazione alla finanza di un crescente numero di settori della vita sociale riguarda la salute, le cure agli anziani non autosufficienti (in case di riposo), i disabili, ecc. Proprio quando sono stati compiuti progressi notevoli nel campo tecnico e medico, l’intrusione della finanziarizzazione in tutti questi settori, direttamente nelle cliniche private o nelle case di riposo, indirettamente nello stesso servizio pubblico, conduce ad una regressione profonda sul piano umano. Ciò che il capitalismo ha introdotto nel campo della produzione industriale, la finanziarizzazione l’introduce nel campo umano: i pazienti, gli anziani, i disabili diventano merce!

Ma a cosa servono questi miliardi accumulati nella finanza? Il giornale Les Échos, nello stupirsi che la piccola Irlanda sia diventata il terzo creditore degli Stati Uniti dietro alla Cina ed al Giappone, ma davanti al Regno Unito, all’Arabia Saudita, e quasi quattro volte di più della Francia, commenta il fenomeno parlando di una “bizzar­ria che la dice lunga sul peso degli investimenti dei grandi gruppi”.

I titoli di credito accumulati in Irlanda consistono in buoni del Tesoro americani. Questi titoli, anche se sono considerati, nelle statistiche paese per paese, come crediti dell’Irlanda nei confronti degli Stati Uniti, non sono di proprietà dello Stato d’Irlanda, ma di grandi multinazionali che hanno scelto questo paese per la sua fiscalità più che attraente, al fine di depositare i loro bottini di guerra. Il giornale cita queste grandi società, in maggior parte americane: Google che detiene 37 miliardi di dollari di prestiti americani, Face­book 11 miliardi, Apple 52 miliardi, Microsoft non meno di 111 miliardi…

Cosa fanno queste grandi società dei loro bottini di guerra? Esse, nell’orientare queste somme gigantesche, che non investono nella produzione, si dedicano ad operazioni finanziarie, cioè alla speculazione, alla stregua dei grandi fondi speculativi. Trenta ditte americane, tra cui Ford, Coca Cola, Boeing, avrebbero accumulato più di 800 miliardi di dollari di obbligazioni varie a titolo di investimento.

Alle obbligazioni emesse dallo Stato americano si sommano, infatti, obbligazioni aziendali, cioè titoli di debito emessi dalle grandi società. In altri termini, queste ultime fanno concorrenza ai fondi speculativi.

Les Échos, con il senso dell’eufemismo che caratterizza gli economisti della borghesia, aggiunge: “questo impressionante aumento di potenza delle aziende nella sfera obbligazionaria potrebbe un giorno diventare un problema di stabilità finanziaria”.

Abbiamo già spiegato più volte in passato le ragioni della finanziarizzazione dell’economia e del parassitismo che questa rappresenta per l’economia capitalistica. Non torneremo qui su questo argomento.

La finanziarizzazione diventa ogni anno più pesante per l’economia, anche per le stesse imprese capitalistiche. Les Échos del 2 ottobre 2017 titola: “Gli attivisti mettono sottosopra le relazioni con gli azionisti” ed aggiunge nel sottotitolo: “quasi i due terzi delle imprese si dicono vulnerabili di fronte ai rischi che rappresentano gli attivisti in Borsa”.

Quelli che il giornale chiama attivisti, sono le società finanziarie che sino a poco tempo fa venivano chiamate con il nome di raiders, cioè speculatori che approfittano delle difficoltà di un’impresa, degli errori o delle debolezze della sua direzione per acquisirla e vendere a pezzi le attività redditizie e svendere o chiudere il resto.

Les Échos insiste: “Gli attivisti sono particolar­mente al centro delle loro preoccupazioni. E infatti, uno studio della Morgan Stanley mostra che, in cinque anni, le campagne attiviste sono raddoppiate in Europa (119 tra luglio 2016 e giugno 2017), con obiettivi prestigiosi come Safran, Casino o Nestlé. Anche se si è ancora lontani dall’importanza del fenomeno esistente negli Stati Uniti (327 in un anno), l’irruzione di attivisti dalle maniere a volte poco ortodosse lancia una vera sfida ai RI [Responsabili delle relazioni tra investitori]”.

La finanziarizzazione indebolisce la produzione industriale mentre l’ammontare globale del plusvalore, che fa prosperare la finanza, viene dalla produzione industriale, cioè dallo sfruttamento. Eppure è la stessa borghesia capitalistica, sono gli stessi individui che possiedono sia le grandi imprese aggredite sia i fondi speculativi che le aggrediscono! La finanza che divora l’industria, è in qualche modo il capitalismo che divora se stesso.

Capitali sempre più colossali si investono e si trasferiscono da una regione del pianeta all’altra. Sono peggiori dei cicloni o degli tsunami, con le loro conseguenze sulla sorte di milioni di esseri umani, ma ancor meno prevedibili. Alla base dei loro spostamenti c’è la ricerca del profitto, anche quello più immediato se si pensa a quei software ultra-perfezionati che, in pochi microsecondi, possono far guadagnare soldi ai loro proprietari utilizzando la più minuscola variazione tra i tassi di cambio, i tassi d’interesse o i prezzi dei titoli borsistici. Non è neppure necessariamente la realtà a guidarli, ma l’idea che se ne fanno e l’anticipo che ne traggono.

Una dichiarazione di Janet Yellen, presidente della Fed, o di Mario Draghi, o più precisamente l’interpretazione che ne danno i mercati finanziari, possono scatenare una tempesta finanziaria. In una situazione internazionale segnata dall’instabilità, un’alzata di tono di Trump al riguardo della Corea del Nord o del Venezuela, un attentato a Londra o a Barcellona, la minaccia di esplosione di uno Stato possono provocare movimenti di capitali imprevedibili.

C’è una tale quantità di materiale esplosivo accumulato che la minima scintilla comporta una minaccia di deflagrazione. Economia e politica sono strettamente mescolate, il sistema capitalistico è piombato nella follia.

L’ultima delle follie del sistema in ordine cronologico è la speculazione su valute virtuali –bitcoin, ethereum e tante altre -, che si stanno gonfiando in bolle speculative per ora virtuali ma che rischiano di portare ad una crisi finanziaria reale.

Il bitcoin è una valuta scambiata mediante i computer, virtuale in quanto non è sottoposta ad alcun controllo, neanche quello delle banche centrali. Sono circa duecento le valute virtuali, definite in modo generico criptovalute, ad essere vendute e comprate dai finanzieri. “Il mercato esiste, afferma Le Monde del 6 ottobre 2017. 70 hedge funds (fondi speculativi) investono ormai in queste valute virtuali, i cui scambi quotidiani arrivano a 750 milioni di dollari”.

“Valute virtuali per finanziare le start-up”, commenta Le Figaro del 9 ottobre. Ma anche se le start-up informatiche rientrano per qualcosa nell’invenzione delle valute virtuali -alcune di tali imprese credevano anche di evitare con questo strumento il credito bancario e la finanza- da tempo la creatura gli è sfuggita di mano. Infatti, il sentore di un nuovo mercato finanziario attira i fondi speculativi, e il mercato in questione si allarga tanto più che questo non è costituito soltanto da innocenti “geeks” lanciatisi nella creazione di start-up, bensì ancor più da esperti di ciò che gli economisti chiamano pudicamente con l’espressione “economia dell’ombra”: redditi ricavati dal commercio della droga, dal traffico di armi e da quello di esseri umani, dal riciclaggio di denaro sporco di qualunque genere, ecc.

Queste valute virtuali generano profitti esponenziali. Mentre il proprietario di una delle principali banche americane, Goldman Sachs, allettato dal profitto, prevede di aggiungere l’emissione di bitcoins alle sue attività, il suo simile e nondimeno padrone concorrente di JP Morgan qualifica queste valute virtuali “fraudolenti” e parla di “truffa”.

Costui sa di che cosa parla. Tutto sommato, però, le valute virtuali non fanno altro che spingere fino in fondo la virtualità dei miliardi di dollari o di euro che si muovono per il mondo nei circuiti elettronici.

Questa disputa tra due bonzi dell’economia capitalistica potrebbe essere buffa se non fosse una minaccia, e così tanto reale, per milioni di persone che non hanno mai sentito parlare né di bitcoin né di ethereum. E se la capacità di queste valute virtuali di fruttare un profitto reale non si basasse sullo sfruttamento, anch’esso così tanto reale.

La crescente finanziarizzazione spinge sempre più avanti il parassitismo del grande capitale contemporaneamente alla sua aberrazione. L’arricchimento degli azionisti delle grandi imprese, cioè la grande borghesia, poggia sul deterioramento delle condizioni d’esistenza dei lavoratori, anche nei paesi industriali più ricchi.
Nondimeno, ben oltre l’arricchimento del piccolo strato dei grandi borghesi ultraricchi a scapito delle classi lavoratrici, la finanziarizzazione disgrega o deteriora tutta la vita economica e sociale.

Alcune delle teste pensanti della grande borghesia giungono a rallegrarsi per aver evitato finora, in particolare nel 2008, la ripetizione del Crac del 1929.

Nemmeno di ciò sono sicure, a giudicare dalla preoccupazione con cui seguono la formazione di bolle finanziarie a volte qui, a volte là… In ogni caso, che si concretizzi o meno la minaccia di un Crac finanziario, che sarebbe ancor più catastrofico di quello del 1929, i danni della finanziarizzazione a tutta la vita economica e sociale sono già presenti. Il crollo non è soltanto dinanzi a noi, si produce da molti anni e riguarda tutti gli aspetti della vita economica, e così anche tutta la vita sociale.

L’influenza crescente delle finanze, direttamente o attraverso i prelievi degli apparati di Stato, infetta già tutti gli aspetti della vita sociale, dal sistema sanitario all’istruzione pubblica passando per le infrastrutture.

In Germania, il paese d’Europa certamente più sviluppato sul piano industriale, le infrastrutture stradali sono in uno stato fatiscente. Diversi ponti su vie di circolazione indispensabili non possono più sopportare gli autocarri oltre un certo peso… Scuole secondarie superiori, anche in zone benestanti, devono fare appello alla generosità dei genitori per garantire un minimo di manutenzione.

A Roma, lo sfacelo della rete di distribuzione idrica si aggiunge alla siccità e pone problemi sempre più gravi a causa della mancanza di fondi per la manutenzione. Quest’estate, la città ha evitato le interruzioni nella fornitura d’acqua solo al prezzo di pompaggi in un lago a scapito di altri comuni. Interrogato dal Corriere della sera, il presidente della federazione dei servizi pubblici dell’acqua quantifica a 2 miliardi di euro la somma necessaria per rimettere la rete a posto. La città non la può pagare poiché già crolla sotto il peso di 15 miliardi di euro di debito. È impossibile garantire allo stesso tempo il pagamento degli interessi del debito e l’approvvigionamento idrico di una grande città in un paese fra i più sviluppati del pianeta. Segno del regresso di una città che era all’avanguardia in questa materia… duemila anni fa!

Sono situazioni che la popolazione dei paesi sottosviluppati, in maggioranza nel pianeta, ha sempre conosciuto. L’imperialismo, infatti, non ha mai permesso ai paesi poveri di sviluppare né un sistema sanitario né le infrastrutture che corrispondono alle possibilità della nostra epoca. Adesso, però, sta anche demolendo ciò che esiste nella parte sviluppata e privilegiata del pianeta.

Un saggista marxisteggiante, Anselm Jappe, ha intitolato così una sua opera recente: “La società autofaga - capitalismo, eccesso e autodistruzione” per spiegare a suo modo che il capitalismo giunge allo stremo a causa della sua dinamica regressiva. Non è l’unico, all’interno di una piccola frangia dell’intellighenzia, a fare la constatazione senza fare la dimostrazione. Egli, come molti suoi sodali, ferma il suo ragionamento alla constata­zione.

Tutta la questione si risolve nel sapere se questo “capitalismo autofago”, che divora se stesso sotto i nostri occhi, divorerà tutta la società umana o se quest’ultima troverà in se stessa la forza in grado di rovesciare l’ordine sociale esistente e di fondare un’organizzazione sociale nuova, che si è liberata della dittatura della grande borghesia, della proprietà privata dei mezzi di produzione, dello sfruttamento e della concorrenza.

Lì risiede la principale differenza tra quelli che, per parafrasare Marx, si accontentano di servirsi del marxismo per comprendere il mondo e coloro che prendono le idee marxiste per ciò che sono: lo strumento rivoluzionario necessario per trasfor­marlo.

In questo periodo, commentatori che sono considerati affidabili o “economisti raffinati” si pongono seriamente la questione del “mistero dell’inflazione scomparsa”, per riprendere il titolo di un recente articolo di Le Monde. Essi si stupiscono, con un misto di menzogna e d’ingenuità, del fatto che, per quanto riguarda gli Stati Uniti, “i salari siano cresciuti poco, comunque molto meno dei ritmi registrati prima della crisi finanziaria”, aggiungendo che “la bizzarria di tutto ciò sta nel fatto che l’economia è in una situazione di quasi piena occupazione. Ciò dovrebbe tradursi in un aumento delle buste paga, il quale dovrebbe portare ad un rincaro dei prezzi dei beni e dei servizi…”. Stessa constatazione per l’Europa, dove “il ritorno di una crescita più robusta ed il forte ribasso della disoccupazione non hanno causato il rimbalzo sperato”.

Ebbene sì, non sono meccanismi economici astratti a costituire le basi della vita economica, bensì i rapporti sociali, i rapporti tra le classi sociali! Dietro questi meccanismi che permettono agli economisti della borghesia di esistere e che ad alcuni di loro valgono il premio Nobel, c’è la realtà della lotta di classe. Dall’inizio della crisi, la grande borghesia conduce una guerra feroce per prelevare dalla società quanto serve a preservare i suoi profitti.

Marx denunciava, ai suoi tempi, il feticismo della merce ed in particolare del denaro, spiegando che queste creazioni della società umana, ad una certa fase del suo sviluppo, dissimulano in realtà i rapporti sociali tra gli uomini e la dominazione di una classe sociale su un’altra, in questo caso la dominazione della classe capitalistica sulle classi sfruttate.

L’umanità risolverà davvero i suoi problemi più vitali soltanto se distruggerà i feticci e, soprattutto, i rapporti sociali che questi mascherano, ponendo cioè fine alla dominazione della grande borghesia e dell’ordine capitalistico di cui è portatrice e principale beneficiaria. L’unica classe sociale che ne ha la forza e l’interesse è il proletariato mondiale.

25 ottobre 2017

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière (Francia), il 3 dicembre 2017


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