Internazionale

La situazione internazionale

Da “Lutte de classe” n° 188 – Dicembre 2017

Proprio quando i dirigenti delle grandi potenze, dopo la ripresa di Mosul e poi di Raqqa, salutavano trionfalmente la loro vittoria su Daesh, il duello verbale tra Trump e Kim Jong-un evidenziava le tensioni che gravano sulle relazioni internazionali. Anche se si tratta di un bluff di entrambe le parti, ciò è significativo del clima di guerra che persiste.

Non c’è tuttavia nessuna simmetria nel merito tra il bluff del presidente della principale potenza imperialista che interviene in ogni parte del mondo e quello del dirigente di un piccolo paese sottosviluppato, sotto la minaccia permanente degli Stati Uniti, un paese che ha già subito l’intervento militare americano in occasione della guerra di Corea.

Le relazioni tra le grandi potenze sono dominate dal trio Stati-Uniti – Russia - Cina, con una netta preponderanza militare e diplomatica dell’impe­rialismo americano. Le loro relazioni reciproche costituiscono un misto di rivalità e di collabo­razione: rivalità tra gli Stati Uniti e la Russia, in particolare ai confini occidentali di quest’ultima, con il pretesto dell’Ucraina, accampando timori reali o presunti dei paesi baltici o della Polonia, e allo stesso tempo collaborazione per quanto riguarda il Vicino-Oriente; rivalità tra gli Stati-Uniti e la Cina, in particolare nel Mare Cinese e più generalmente nel sud-est asiatico e al contempo collaborazione a livello internazionale.

Per ora sono solo grandi manovre, finti rumori di guerra e bracci di ferro, ma sono più significativi dello stato reale delle relazioni internazionali di quanto possano esserlo i discorsi lenitivi all’ONU o le pacche sulla schiena tra i diplomatici delle grandi potenze.

Mentre la borghesia non riesce ad uscire dalla crisi mondiale della sua economia, in molti conflitti locali, regionali, è presente la minaccia che si giunga ad uno scontro più generalizzato.

L’Unione europea, ben poco unificata, prova ad inserirsi nel gioco del trio americano – russo – cinese, senza riuscirci davvero. Nel campo economico dovrebbe essere considerata una grande potenza, ma appunto non lo è perché è un’entità molteplice, con un’unità di facciata che non riesce a nascondere le numerose rivalità che la dilaniano, quelle tra le tre potenze imperialiste che dominano il continente, vale a dire Germania, Francia e Gran Bretagna. Tali rivalità sono state ben evidenziate dai negoziati per gestire la Brexit in modo tale da soddisfare al meglio interessi contraddittori delle une e delle altre potenze (tra l’altro con la concorrenza scatenata da Parigi, Francoforte e Amsterdam per provare a mettere le mani sulla manna finanziaria della City di Londra). Vi sono poi rivalità di altra natura tra le potenze imperialiste dell’Europa e la parte semi-sviluppata del continente che loro dominano.

I rapporti di dominazione tra gli imperialismi dell’Europa occidentale e la parte orientale semi-sviluppata del continente, appena nascosti dall’uguaglianza formale tra membri dell’Unione europea, sono stati abbondantemente mostrati negli anni scorsi con lo strangolamento della Grecia.

Questi rapporti provocano sempre più reazioni difensive delle ex-democrazie popolari, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria), che nonostante l’esacerbato sciovinismo dei loro rispettivi regimi, provano ad accordarsi tra loro. Ciò per sopravvivere, all’interno dell’Europa, di fronte alle tre potenze imperialiste i cui trust dominano l’economia di quei paesi e per essere meno insignificanti nel concerto delle nazioni al di fuori dell’Unione europea.

L’involuzione reazionaria a livello dell’intera Europa si riflette nel modo più netto, più autori­tario o più caricaturale in quei quattro paesi. I loro dirigenti politici provano ad incanalare a loro vantaggio l’insoddisfazione e le frustrazioni accu­mulatesi nelle classi popolari colpite dalla crisi e dall’aumento delle diseguaglianze. Lo fanno agi­tando slogan identitari ed ergendosi a difensori de “l’Europa cristiana” di fronte ai migranti.
I sostenitori del regime di Orban in Ungheria presentano la costruzione di barriere di filo spinato, destinate ad impedire il passaggio dei migranti che seguono la strada dei Balcani, come un atto di resistenza contro Bruxelles, in quanto simbolo dell’arroganza della parte ricca d’Europa. Così facendo, offrono ai dirigenti delle democrazie imperialiste la possibilità di ergersi a difensori delle libertà elementari calpestate da Orban in Ungheria o da Kaczynski in Polonia e, allo stesso tempo, di nascondere lo sfruttamento al quale i loro trust sottomettono i lavoratori di questi paesi, pagati tre o quattro volte di meno dei loro fratelli di classe d’occidente per lo stesso lavoro.

Minata dai suoi antagonismi interni, l’Unione europea lascia fare, sul piano diplomatico o militare, ai dirigenti delle potenze imperialiste di second’ordine che la dominano. Ma ciascuna di queste grandi potenze gioca il proprio spartito sul piano internazionale, tanto nei confronti della Russia o della Cina che, per quanto riguarda la zona di tensione del Medio Oriente, nei confronti della Turchia o dell’Iran. Sono in realtà gli Stati Uniti che riescono ad imporre loro una parvenza momentanea d’unità, sia nel campo del boicottaggio di questo o quello Stato che non piace a Washington sia nel campo degli interventi militari.

In questa cacofonia, l’imperialismo francese si distingue per un’aggressività particolare, in particolare nei confronti delle sue colonie ex africane. I presidenti cambiano, ma le truppe francesi continuano ad essere presenti in molti paesi africani e l’imperialismo francese, relegato a ruoli di secondo piano sulla scena internazionale, si pone come gendarme del continente.

Da almeno un secolo, gli stati d’Europa soffocano all’interno delle loro frontiere nazionali e la storia ha messo l’unificazione del continente all’ordine del giorno. Le borghesie nazionali tuttavia hanno saputo trovare un accordo solo su quell’aborto caricaturale qual è l’Unione europea. Segno del cammino all’indietro della storia sotto il capitalismo decadente, anche gli Stati nazionali, grande creazione delle borghesie nazionali al tempo remoto in cui rappresentavano il progresso rispetto all’epoca feudale, sono preda di forze tendenti alla decomposizione: spinte separatiste della Scozia, di Lombardia e Veneto o quelle tra la parte fiamminga e la parte vallona del Belgio, rivendicazione d’indipendenza in Catalogna. In un’economia completamente globalizzata, il declino del capitalismo fa riapparire lo spezzettamento feudale.

I comunisti rivoluzionari devono combattere lo sviluppo di questi nazionalismi che si oppongono e si alimentano a vicenda. Devono opporsi anche “alla corruzione degli operai mediante un nazionalismo raffinato, che predica la divisione e lo spezzettamento del proletariato con i pretesti più nobili e attraenti” come descritto da Lenin in un articolo del maggio 1914 in cui aggiungeva: “L’internazionalismo proletario non può conciliarsi, in nessun caso, con questa posizione, poiché esso non propugna soltanto il ravvicinamento delle nazioni, ma anche la fusione degli operai di tutte le nazionalità di un dato Stato in organizzazioni proletarie uniche”.

Lenin aveva scritto questo testo prendendo di mira diverse organizzazioni populiste, tra cui il Bund nella stessa Russia, e i sostenitori di ciò che veniva chiamato l’austro—marxismo. Sembra, tuttavia, che sia stato scritto oggi contro i deliri nazionalistici di una certa estrema sinistra, in particolare in Catalogna.

Stati Uniti

L’8 novembre 2016, pur avendo raccolto tre milioni di voti in meno della sua concorrente, Donald Trump è stato eletto a presidente della “più grande democrazia del mondo”. Entrato di recente in politica, questo multimiliardario aveva già sorpreso il suo mondo imponendosi largamente alle primarie repubblicane contro i dirigenti del partito. Nonostante tutte le previsioni si è imposto contro Hillary Clinton, donna politica che aveva alle spalle un’impeccabile carriera nell’apparato di Stato americano e che godeva i favori degli ambienti affaristici. Vi è riuscito con una miscela esplosiva di demagogia protezionistica, promesse di rientro dei posti di lavoro, denunce del “sistema”, discorsi xenofobi contro gli immigrati in generale ed i musulmani in particolare, o anche osservazioni di un sessismo becero. Passata la sorpresa, Wall Street e la borghesia americana lo hanno rapidamente riconosciuto come uno di loro. Dopo avere fatto campagna ponendosi a portavoce dei lavoratori americani, Trump ora presenta un bilancio nel quale il tasso ufficiale dell’imposta sugli utili passerebbe dal 38% al 20%. Dopo tutto, le promesse elettorali sul rimpatrio dei posti di lavoro delocalizzati valgono solo per chi ci crede; e le opinioni xenofobe o sessiste non sono un problema per i finanzieri.

Da allora, Trump ha consolidato la sua reputazione di demagogo reazionario, al cui confronto la Le Pen sembrerebbe una donna politica moderata. È indubbiamente un uomo stupido che twitta più rapidamente di quanto non rifletta. Ma non è il primo idiota alla Casa Bianca. Soprattutto, la borghesia più potente al mondo non lascia che la gestione dei suoi affari possa dipendere dalle casualità, nemmeno per quanto riguarda la figura del presidente. L’apparato di Stato americano conta migliaia di quadri di ogni livello, dediti anima e corpo agli interessi dei capitalisti, e le stesse istituzioni prevedono numerosi freni e contrappesi, a cominciare dal Congresso, dove le due Camere sono controllate dai repubblicani, in esse maggioritari. Il Congresso non ha ancora attuato alcuna delle promesse con cui Trump si è fatto eleggere, quali l’abrogazione dell’Obamacare, la costruzione di un muro lungo la frontiera messicana, ecc.).

Non si può neanche escludere che l’establishment cerchi di destituire Trump se quest’ultimo risultasse troppo incontrollabile, o se confondesse troppo i suoi affari personali con quelli dello Stato, come nel caso della Russia in cui questo presidente ha un po’ mescolato gli interessi degli Stati Uniti con quelli del suo gruppo. La nomina di un procuratore speciale va in questo senso e ci ricorda anche che, per quanto arrogante e vanitoso possa essere, Trump non è solo al potere. In ogni caso, sebbene si sia fatto eleggere promettendo il cambiamento e sia al potere da otto mesi, non è cambiato nulla di fondamentale.

Anche in materia di politica estera, la rottura che egli vuole incarnare per ora è fatta più di gesticolazioni che di atti concreti. Ha moltiplicato le dichiarazioni bellicose contro la Corea del Nord, il Venezuela o l’Iran. In realtà si guarda bene dal rompere davvero l’accordo sul nucleare iraniano oppure l’accordo di Parigi sul clima. Una cosa è la demagogia politica ad uso interno, un’altra gli affari dell’imperialismo.

I migranti si sono trovati al centro degli attacchi di Trump, che se l’è presa in particolare con gli 11 milioni di clandestini. La demagogia contro questi migranti e la militarizzazione della frontiera messicana non sono un novità. Dal 2000 al 2016, 6 023 migranti almeno sono morti in Arizona, in Texas e in Nuovo Messico, mentre tentavano di attraversare una frontiera sempre più ermetica, e già in parte delimitata da un muro. In altre parole, Trump non è di certo il primo che cerca di peggiorare la condizione imposta ai migranti. Nel corso degli otto anni di amministrazione Obama (2009-2017), 3,1 milioni di loro sono stati espulsi, una cifra record, anche se già le amministrazioni Clinton (1993-2001) e Bush (2001-2009) avevano respinto oltre frontiera numerosissimi immigrati.

Trump minaccia di porre fine ad un programma che consente ad 800 000 giovani migranti (i cosiddetti “dreamers”) di restare negli Stati Uniti se giunti con i loro genitori quando erano minorenni. Egli, entro i limiti dei poteri che spettano al presidente, può peggiorare le condizioni d’accoglienza e d’esistenza dei lavoratori stranieri, e la partenza di molte migliaia di migranti verso il Canada rende effettivo questo timore. Dopo tutto, gli Stati Uniti, anche se si sono costruiti grazie all’immigrazione, hanno spesso avuto una politica restrittiva in questo campo. Tuttavia, una cosa è sicura: la politica contro i migranti finirà là dove cominciano gli interessi ben reali dei capitalisti. I clandestini rappresentano una manodopera facilmente sfruttabile, essenziale nelle grandi aziende agricole, nell’industria, nell’agroalimentare, nell’edilizia, nei lavori pubblici e… negli alberghi che appartengono allo stesso Trump.

Russia e Ucraina

La Russia è il paese che, dopo gli Stati Uniti, conta più miliardari in dollari in rapporto al numero di abitanti, mentre milioni di persone vi sopravvivono con meno del minimo vitale.

Questo scarto enorme tra una minoranza ricchis­sima e la maggioranza della popolazione, nella quale degli insegnanti guadagnano l’equivalente di 120 euro al mese e operai molto qualificati 550 euro, costituisce ormai una caratteristica rilevante della società russa.

Il saccheggio dell’economia e delle classi popolari da parte dei privilegiati del potere (burocrati, mafiosi e nuovi borghesi) non è mai cessata. Ed è passato un quarto di secolo da quando la burocra­zia, per la sua rapacità e la sua irresponsabilità, ha fatto esplodere e poi scomparire l’Unione sovie­tica che dirigeva come lontana ereditiera dello Stato operaio sorto, cento anni fa, dalla rivolu­zione d’Ottobre.

Principale Stato emerso da tale crollo per popolazione, dimensioni, ricchezza relativa e posizione nelle relazioni internazionali, la Russia rimane segnata da questa irresponsabilità nei confronti di quel sistema di classi e strati sociali di cui sono i beneficiari.

Così, il presidente russo ha proclamato una nuova amnistia per quelli disposti a rimpatriare il denaro che hanno nascosto all’estero, una decisione che non ha più effetto della precedente. Organizzata dai privilegiati, la fuga dei capitali priva la Russia dei mezzi per risollevarsi. Inoltre, alimenta un sistema finanziario mondiale in cui predominano le potenze imperialiste, Stati Uniti in testa, con cui il potere russo pretende, contro ogni evidenza, di poter rivaleggiare.

È paradossale solo in apparenza il fatto che il Cremlino, alla ricerca dei mezzi per conseguire un certo sviluppo economico, abbia agevolato le modalità di registrazione all’estero delle società russe. Putin, in realtà, non può far altro che servire le caste e le classi che rappresenta al vertice del potere, anche quando il loro comportamento predatore indebolisce lo Stato russo.

I privilegiati di questo sistema parassitario vedono il potere di Putin come la migliore protezione di fronte al resto della società, un Putin che, sebbene non l’abbia ancora annunciato, si prepara a concorrere, nel prossimo marzo, per un quarto mandato alla testa della Federazione di Russia. Non avendo rivali credibili né nell’alta burocrazia di Stato, né fra oligarchi più o meno sottomessi, egli appare come l’unico capace di dirigere il regime.

L’instabilità del regime diretto da Putin costringe quest’ultimo ad imbavagliare ogni voce discor­dante, anche l’unica opposizione un po’ orga­nizzata, quella incarnata dall’avvocato Navalny, che denuncia la corruzione delle élite governa­tive.

Non sono di certo le idee di Navalny, un nazionalista xenofobo e monarchico, elogiatore del capitalismo, a far paura al Cremlino. Ciò che il Cremlino teme davvero è il fatto che la denuncia di alcune tare del regime trovi una risonanza oltre la piccola borghesia d’affari e la gioventù intellettuale che questo oppositore riesce a mobilitare nel corso di manifestazioni vietate in tutto il paese.

Sebbene sia difficile esprimere da lontano una valutazione attendibile, è plausibile ritenere che il suo mettere in discussione il parassitismo delle persone di potere abbia un’eco in ambienti più ampi, nelle imprese. Le stesse autorità, inoltre, riconoscono l’esistenza tra la classe operaia di una reale e diffusa insoddisfazione.

La Russia, in campo internazionale, pur cercando di difendere i suoi interessi diplomatici e militari, si riduce a proporre i propri buoni uffici agli Stati Uniti per aiutarli a gestire le situazioni spinose, nel Medio-Oriente come in Corea del Nord.

Ciò non toglie che l’imperialismo, e innanzitutto gli Stati Uniti, mantengano la loro pressione sulla Russia a la sua zona d’influenza. Essi, col pretesto dell’annessione della Crimea, hanno deciso nuove sanzioni spettacolari contro il Cremlino e sosten­gono ad ogni costo il regime nazionalista e xeno­fobo di Porochenko in Ucraina, un regime che, anche se non migliore di quello di Putin, ha il favore dell’occidente per il solo fatto che è una spina nel fianco della Russia.

Medio Oriente

Il Medio Oriente, per la posizione strategica e per le ricchezze petrolifere, è da molto tempo l’epicentro delle rivalità imperialiste ed anche il barometro delle relazioni tra grandi potenze.

L’organizzazione Stato islamico ha perso quest’anno gran parte dei territori che aveva conquistato in Iraq e in Siria, in particolare le città di Mossul e Raqqa. Inoltre, le truppe di Bachar al-Assad hanno ripreso Aleppo ai gruppi dell’opposizione, costituiti soprattutto da milizie jihadiste. Ciò non significa per questo la fine dei conflitti, né in Siria e in Iraq, né nel resto della regione. Al contrario, le rivalità tra le diverse potenze interessate esplodono.

La stabilizzazione relativa in Siria è dovuta innanzitutto all’intervento della Russia, che gli Stati Uniti hanno accettato in quanto diventati incapaci di controllare la situazione. Il regime di Damasco aiutato anche dall’Iran e dall’Hezbollah libanese, ne è uscito rafforzato. Dopo aver scommesso sul suo rovesciamento, le potenze imperialiste ormai lo accettano come un male minore, poiché così hanno almeno un interlocutore che dispone di una certa autorità. Tuttavia, il fatto che sia un alleato privilegiato della Russia e dell’Iran pone loro un problema. Esse continuano quindi, contro il regime di Damasco o contro altri, a fare pressione o ad intervenire. Nondimeno, i vari alleati su cui le potenze imperialiste possono far leva hanno spesso interessi contraddittori e non sempre sono controllabili.

È il caso dell’Arabia Saudita, alleato tradizionale degli Stati Uniti, che vuole affermarsi come una potenza regionale di fronte all’Iran, di cui teme il rafforzamento. Il regime saudita si è lanciato in un intervento militare in Yemen per paura di vedere insediarsi un potere politico che avrebbe rafforzato la sua opposizione interna, sarebbe sfuggito al suo controllo ed avrebbe anche potuto fungere da appoggio alle ambizioni regionali del suo rivale iraniano.

Questo regime, il cui aiuto allo sviluppo dei gruppi jihadisti è risaputo, ha anche rotto con il Qatar accusandolo, e in questo c’è una certa arguzia, di complicità con il terrorismo. Il vero motivo è che il Qatar, già impegnato in una cooperazione con l’Iran per lo sfruttamento di un enorme giacimento di gas, ha anche ambizioni economiche nella futura ricostruzione della Siria, ed i mezzi finanziari per concretizzarle con l’appoggio interessato della Turchia. L’Arabia Saudita vuole far sapere al Qatar, come pure ai suoi alleati della regione, tra cui gli altri Emirati, che non accetterà un avvicinamento all’Iran, né un’emancipazione dalla sua sovranità regionale.

La Turchia, da parte sua, paga le conseguenze del fallimento dei suoi interventi in Siria a sostegno dei gruppi jihadisti. Erdogan deve tenere conto del rafforzamento del regime di Assad e dell’influenza russa e di quella iraniana. Allo stesso tempo, vorrebbe salvaguardare le sue relazioni con l’Arabia Saudita, ma soprattutto evitare di rompere con il Qatar, con cui ha sviluppato strette rapporti economici e finanziari, in particolare i progetti di sfruttamento delle risorse petrolifere e del gas in discussione con questi vari paesi. Infine, uno dei risultati della guerra in Siria è l’insediamento alla frontiera turca di un nuovo territorio curdo autonomo, il Rojava, i cui dirigenti sono alleati del PKK, l’organizzazione autonomista dei curdi di Turchia.

Per combattere l’organizzazione Stato islamico pur evitando il più possibile di inviare truppe di terra, gli Stati Uniti si sono in gran parte appoggiati ai combattenti kurdi, in Iraq ma anche in Siria. Questi si aspettano di essere ripagati con il riconoscimento dell’autonomia. Esiste già da tempo il caso del Kurdistan dell’Iraq, i cui dirigenti hanno appena alzato il prezzo organizzando un referendum per l’indipendenza. Ma per gli Stati Uniti come per la Russia, riconoscere ufficialmente l’autonomia o l’indipendenza dei territori curdi creerebbe difficoltà con i loro alleati, che si tratti dell’Iran, della Siria, dell’Iraq o della Turchia. Nella migliore delle ipotesi, può verificarsi, per qualche tempo, un certo status quo.

Più che mai il Medio Oriente è per le grandi potenze un campo d’intervento nel quale i propri interessi e quelli dei loro alleati si aggrovigliano in una matassa di contraddizioni. Ma per la Siria, l’Iraq e lo Yemen, il risultato degli ultimi conflitti è stato quello di lasciare paesi distrutti, divisi, alle cui popolazioni non rimane altro che scegliere tra l’arbitrario delle varie milizie e quello di regimi dittatoriali o semi-dittatoriali. Occorre aggiungere a questo quadro l’aggravamento della situazione in Israele e nei territori occupati, dove la radicalizzazione del governo Netanyahou nella repressione non lascia alcuna speranza ai palestinesi. In Medio Oriente, le guerre che si concludono non fanno altro che disegnare le linee dei prossimi conflitti.

Cina

Il 19° congresso del Partito comunista cinese ha rieletto per cinque anni Xi Jinping, in un modo trionfale come si addice a questa Cina che ancora pretende di essere comunista. Stando ai commenti della stampa occidentale, è un trionfo per il segretario generale riproposto, a volte paragonato a Mao Tse-tung, a volte a Deng Xiaoping, a volte ad ambedue, quando non gli si dà l’appellativo di imperatore rosso! Sembra che Xi Jinping sia riuscito a ristabilire la sua autorità sui vari clan e fazioni le cui rivalità attorno al potere, centrale o regionale, minavano il regime dall’interno. Si vedrà in futuro fino a che punto questa autorità sia reale o fittizia.

Molti casi, in cui la corruzione era il motivo o il pretesto, i quali in un passato recente avevano provocato scandali clamorosi, hanno fatto un po’ di luce su queste lotte di fazione al vertice dello Stato. Il caso Bo Xilai, membro dell’ufficio politico, ex ministro e dirigente del partito a Chongqing, una delle più grandi città del paese, si è concluso nel 2013 con la sua condanna all’ergastolo. Alla caduta di Bo Xilai ha fatto seguito quella di un certo numero di altri membri delle alte sfere, in uno scenario da romanzo giallo dove non mancavano né la moglie accusata d’assassinio, né un capo della polizia.

Il caso Bo Xilai era solo la parte visibile dell’iceberg. L’arricchimento del relativamente vasto strato privilegiato, composto tanto da alti burocrati dell’apparato quanto di nuovi arricchiti, produce in permanenza un effetto smembrante sulle strutture statali di un paese gigantesco che conta una popolazione di 1,379 miliardi di abitanti.

Un certo numero di grandi esponenti del partito e dell’apparato di Stato dirigono grandi città come Shanghai, Pechino, Canton e Shenzhen, oppure regioni dalle dimensioni di uno Stato. Hanno una potenza politica considerevole, rafforzata dai molteplici collegamenti esistenti tra la casta dirigente ed i circoli affaristici.

Dato il peso conservato dallo Stato nella vita economica, i patrimoni dei milionari o dei miliardari cinesi si possono costituire solo se beneficiano di sostegni e di complicità ai più alti livelli dello Stato e del partito.

Nonostante le origini diverse dello Stato cinese e dello Stato sovietico, il modo in cui quest’ultimo si è smembrato all’epoca di Gorbaciov costituisce un permanente campanello d’allarme per gli alti dirigenti della Cina. L’apparato di Stato può scomporsi molto rapidamente proprio a causa delle rivalità di quelli di cui si ritiene di dover difendere gli interessi.

Pur essendo sottoposto agli effetti corrosivi delle rivalità tra clan della burocrazia di Stato, l’unità di questo Stato è indispensabile alla preservazione degli interessi collettivi dello strato dirigente.

È indispensabile innanzitutto contro le classi popolari, a cominciare dalla classe operaia diventata probabilmente la più numerosa ed una delle più potenti del mondo, sia che lavori in aziende di Stato oppure nelle numerose grandi aziende legate a società occidentali, una classe operaia pagata con salari cinque o dieci volte più bassi di quelli pagati in Giappone, negli Stati Uniti o in Europa.

È indispensabile anche contro la grande massa dei contadini che lo sviluppo capitalistico ad alta velocità scaccia dalle campagne e trasforma in miserabili privi di diritti nelle città.

La Cina costituisce una polveriera sociale, ed i suoi dirigenti lo sanno. È precisamente questa situazione a rendere la dittatura necessaria. Le speculazioni dei commentatori attorno ai rispettivi ruoli del partito e dello Stato non solo altro che una cortina di fumo, tanto più che lo strato degli alti dirigenti dell’uno è lo stesso di quello dell’altro.

L’apparente stabilità del regime non elimina gli antagonismi di classe. Non può neppure nascondere il fatto che il “capitalismo selvaggio”, la corsa della borghesia all’arricchimento, le numerose speculazioni, in particolare quelle immobiliari, minano un’economia la cui crescita è in balia di un crac finanziario.

La stampa occidentale può interrogarsi ipocri­tamente sul futuro della democrazia o delle libertà pubbliche in Cina. Il gran capitale occidentale, molto coinvolto dall’evoluzione della situazione economica in Cina, condivide pienamente i timori dei dirigenti locali rispetto al rischio di esplosioni sociali. I riferimenti al “comunismo”, mescolati ad un nazionalismo virulento non possono nascondere la realtà sociale agli occhi del prole­tariato di questa “officina del mondo” quale è diventata la Cina. Non possono nascondere l’antagonismo tra gli interessi di una classe privi­legiata dall’arricchimento spettacolare e quelli di una classe operaia numerosa, concentrata in grandi aziende.

Nonostante la dittatura e l’etichetta socialista del regime, la realtà dei rapporti di classe finirà per farsi strada nelle coscienze.

I riferimenti del regime all’orgoglio ritrovato dalla Cina, al suo accesso al rango delle grandi potenze hanno anche i loro limiti. Una parte crescente della classe operaia cinese è sfruttata, direttamente o indirettamente, dal grande capitale occidentale, americano, giapponese, inglese o francese. “L’officina del mondo” è un’officina subappaltatrice per le grandi imprese occidentali.

L’originalità dello Stato cinese, che questo condivide con alcuni altri paesi un tempo colonie o semi-colonie come il Vietnam, la Corea del Nord e in parte la Cuba degli anni di Castro, sta nel fatto che per decenni ha preservato il paese da una diretta dominazione delle grandi potenze imperialiste.

Queste ultime avevano a lungo ridotto la Cina allo stato di semi-colonia oppressa ed umiliata. Il loro dominio in passato ha avuto come risultato le guerre dell’oppio, lo smembramento di fatto della Cina sotto la legge dei signori della guerra, il sistema delle concessioni -pezzi di territorio strappati alla Cina dalle potenze occidentali che ne facevano delle piattaforme commerciali- e in ultimo il regime di Ciang Kaï-chek con tutto il suo marciume e la sua incapacità di riformare, anche solo in parte, le strutture sociali della Cina.

Fu la grande ondata rivoluzionaria dei contadini, durante e sulla scia della seconda guerra mondiale, a dare al regime di Mao e dei suoi successori la base sociale che ha permesso alla Cina di resistere ai molteplici tentativi dell’imperialismo di metterla sotto controllo.

Nonostante l’etichetta comunista a cui i dirigenti nazionalisti radicali della Cina facevano riferimento sotto Mao, cosa proseguita in modo sempre più attenuato sotto i suoi successori, noi abbiamo sempre considerato lo Stato cinese come uno Stato borghese, uno Stato borghese originale sorto in condizioni particolari, ma che non ha mai aperto la prospettiva del rovesciamento della borghesia e della distruzione dell’organizzazione capitalistica della società.

Da strumenti di difesa degli interessi della borghesia contro l’imperialismo, lo Stato e lo statalismo sono diventati per la Cina, col passare del tempo, il principale fattore d’integrazione nell’ordine imperialista mondiale. Questa integrazione non è stata attuata tramite una borghesia compradora classica, comunque non principalmente. La borghesia compradora è in gran parte proliferata in tutto il Sudest asiatico, da Taiwan a Singapore, senza che il regime maoista abbia cercato di distruggerla.

È stato lo stesso apparato di Stato a fungere da intermediario tra la borghesia imperialista e la Cina, sulla base però di un altro rapporto di forza, più favorevole allo sviluppo della borghesia cinese di quanto lo sia stato con la borghesia compradora all’epoca di Ciang Kaï-cek.

La storia ha preso una strada originale che, peraltro, integra in una stessa classe sociale sia la borghesia nata all’interno ed attorno all’apparato di Stato, sia ciò che rimane della vecchia borghesia compradora, quella che per alcuni anni ha subito la diaspora di Taiwan, Singapore ed Hong Kong, quella che, dopo anni nei campi di lavoro sotto Mao, sta ritrovando la sua posizione sociale. È vero che i legami tra questi due strati sociali non sono mai stati totalmente spezzati.

È lo stesso Stato cinese, tramite le sue imprese di Stato, le sue banche di Stato, ad associarsi ai trust giapponesi, americani, tedeschi. Si tratta essenzialmente di subappalti, ma non solo: alcuni conglomerati così costituiti possono prendere la forma di associazioni. Del resto, occorre ricordarsi che, anche nei paesi imperialisti, non è la situazione di appaltatore a creare inevitabilmente un rapporto di dipendenza, bensì il peso del suo capitale (basti paragonare il peso della subappaltatrice Michelin in rapporto alle imprese automobilistiche che fanno le ordinazioni, e quello delle molteplici società forniture, di pulizie, di manutenzione, ecc.).

Di conseguenza, il ruolo dello stesso Stato cinese è ambivalente. Va da sé che tale ambivalenza non riguarda la natura di classe dello Stato cinese – anche i più arretrati degli pseudo-trotskisti, che un tempo ne parlavano come di uno Stato operaio, non osano più chiamarlo così –, ma i rapporti che esso trattiene con l’imperialismo. Lo Stato cinese rappresenta gli interessi presenti e futuri della sua borghesia, consentendole di proteggersi dal grande capitale imperialista pur assolvendo al ruolo di potente fattore d’integrazione nel mercato mondiale.

Dietro “le ambizioni planetarie di Xi Jinping” (titolo di prima pagina di Le Monde del 6 e del 7 agosto) e l’espansionismo della Cina, non c’è soltanto “l’interesse nazionale”, espressione utilizzabile fino ad un certo punto trattandosi dell’acquisto di terre in Africa o altrove per ragioni di sicurezza alimentare. Dietro la ricostruzione della variante moderna della “via della seta” o l’acquisto di porti nel Medio Oriente, in Grecia, ecc., ci sono sempre più gli interessi dei grandi trust occidentali e le loro facilità d’accesso ai mercati mondiali.

Le Monde del 6 e del 7 agosto presentava Chongqing, “città portuale della ferrovia Europa-Asia”, con questo sottotitolo: “Sul vecchio percorso della via della seta, la linea ferroviaria Yuxinou, lunga 11 000 km, trasporta le merci fino al porto tedesco di Duisburg”.  Ma lo stesso articolo constatava, citando un responsabile cinese, che “circa il 60% delle esportazioni di Foxconn e HP utilizzano il treno. Per i produttori d’informatica Acer ed Asus, ciò va dal 20% al 30%”.

Alcuni vi vedono l’espressione di un imperialismo cinese. Bisogna sapere cosa si intende con ciò. Non si tratta di un capitalismo arrivato ad una certa fase di sviluppo (la sua fase senile, diceva Lenin), con una concentrazione dei capitali prodotti dallo sviluppo dello stesso capitalismo concorrente, spinto ad esportare i suoi capitali, ecc., bensì di un fenomeno storico specifico. L’economia e la società cinesi costituiscono una forma originale di sviluppo combinato: un misto di economia statale e di economia privata, un divario crescente tra città ultramoderne e campagne sottosviluppate, tra un capitalismo selvaggio ed una fraseologia socialisteggiante.

Questa via originale, se ha permesso il consolidamento e l’arricchimento di una borghesia media e l’emergere di alcuni miliardari rossi in grado di fare concorrenza ai loro compari occidentali, non ha fatto uscire le classi sfruttate della povertà. Non ha neppure permesso al paese di uscire dal sottosviluppo.

Occorre sottolineare che la Cina, sebbene sia diventata la seconda economia del mondo per quanto riguarda il prodotto interno globale, rimane molto indietro rispetto alla Russia o a paesi semi-sviluppati quali il Messico ed anche il Turkmenistan, il Bostwana o il Montenegro. Il Pil pro capite della Cina si aggira tra 7 000 e 12 000 dollari a seconda del metodo di calcolo. A confronto dei 45 000 dollari della Germania, i 44 000 della Francia e i 53 000 degli Stati Uniti. Non esiste una “via cinese” sulla base del capitalismo decadente, via che consentirebbe ai paesi poveri di raggiungere e superare i paesi imperialisti sviluppati. Non più di una “via cubana”, “vietnamita” oppure… “nordcoreana”.

L’evoluzione della Cina mostra, su di una scala gigantesca qual è la sua, la capacità dell’imperialismo di integrare anche regimi che, ad un certo momento, sembravano contestarlo in modo radicale e che dispongono, per popolazione e dimensioni, dei mezzi che non nessun altro paese povero possiede.

L’unica conclusione da trarre rimanda all’idea fondamentale della corrente comunista rivoluzionaria dall’epoca di Marx: il futuro dell’umanità si decide nella lotta tra le due classi fondamentali della società, la borghesia ed il proletariato. Non esistono strade trasversali, non più di scappatoie per un qualsivoglia paese isolato.

Trotsky, rispondendo agli scettici del suo tempo, scriveva nel Programma di transizione: “Le chiacchiere di ogni genere, per cui le condizioni storiche non sarebbero ancora “mature per il so­cialismo, sono soltanto il prodotto dell’ignoranza o di una frode cosciente. Le basi oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, hanno anche cominciato a marcire”.

Questa putrefazione del capitalismo in declino non si palesa soltanto nel campo economico con la crisi, la disoccupazione, la distruzione delle forze produttive dell’umanità. Si palesa in tutti i campi della vita sociale, come in quello delle relazioni internazionali: guerre locali o regionali, come nel Sahel e in Sudan, che si estendono ad altri paesi dell’Africa; fiumi di profughi non soltanto dall’America latina verso gli Stati Uniti o dall’Africa, dal Medio Oriente o dall’Asia verso l’Europa, ma anche da un paese africano verso un altro o dalla Birmania, sottosviluppata e povera, verso il Bangladesh, ancora più povero. Un altro segno della putrefazione morale ed umana del capitalismo decadente: la moltiplicazione delle barriere di filo spinato e dei muri eretti tra i popoli.

Gli stessi attentati terroristici sono un’espressione della putrefazione del capitalismo, con una particolarità: quando si verificano nei paesi imperialisti, toccano maggiormente l’opinione pubblica occidentale e trovano più spazio nella stampa, un’istituzione tra le altre della borghesia dominante.

Trotsky conclude così il passaggio citato del Programma di transizione: “Senza rivoluzione socialista, e ciò nel prossimo periodo storico, la civiltà umana nel suo complesso è minacciata di essere trascinata in una catastrofe. Tutto dipende dal proletariato, vale a dire, in primo luogo, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria”.

Alcuni mesi dopo che queste righe erano state scritte, l’umanità sprofondava nella catastrofe della seconda guerra mondiale.

Parecchi decenni dopo, il capitalismo declinante sprofonda di nuovo nella barbarie. La lezione che allora Trotsky trasse da tale constatazione resta pertinente: “Tutto dipende dal proletariato, vale a dire, in primo luogo, dalla sua avanguardia rivoluzionaria”, cioè dalla rinascita di partiti comunisti rivoluzionari e di un’Internazionale rivoluzionaria.
30 ottobre 2017

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière (Francia), il 3 dicembre 2017


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