Internazionale

La Fondazione Musei Torino licenzia 28 lavoratori e parte la mobilitazione

Vergognoso scarica barile di Comune e Regione sulle responsabilità dei licenziamenti. Continuano le assemblee e i presidi in città. I lavoratori dei musei sono pronti allo sciopero

“Siete licenziati!”. È il biglietto di auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo inviato a 28 lavoratori dei musei torinesi, proprio a ridosso delle feste natalizie, dalla Fondazione Torino Musei, tra i cui soci figurano Regione, Comune, Fondazione CRT e Fondazione Compagnia di San Paolo. Da sottolineare che la Fondazione e le istituzioni sapevano della decisione di licenziare sin dal marzo scorso, eppure hanno taciuto e non hanno fatto nulla per evitarli.

Il provvedimento riguarda, su un organico complessivo di 170 lavoratori, 13 dipendenti del Borgo Medievale, 6 della biblioteca della Galleria d’arte moderna (GAM), 6 della fototeca della stessa GAM e 3 del Museo della Resistenza. Motivo: il taglio, nel 2017, del contributo di 1,8 milioni di euro da parte del Comune in un contesto finanziario già messo a dura prova dai crediti (12 milioni di euro) che la Fondazione, il cui bilancio è di circa 6 milioni di euro, vanta nei confronti delle istituzioni, Regione e Comune in testa. Siamo dunque di fronte all’ennesima dimostrazione di come viene intesa la cultura (con la c minuscola) nella società borghese: una delle tante voci di bilancio, una merce da vendere o da svendere, da acquistare o da tagliare così come i lavoratori che operano nel settore.
I 28 licenziati si sono subito mobilitati dando vita ad un Comitato che si è mostrato molto attivo nell’informazione, anche utilizzando i canali on line, nell’organizzare iniziative di lotta e nel partecipare direttamente alle trattative condotte da Cgil e Uil.
Sin da subito è iniziato un vergognoso scarica barile tra le varie istituzioni coinvolte nella vicenda. La Giunta comunale si esibiva in un’“erudita” esercitazione lessicale accusando la Fondazione di aver usato avventatamente il termine “licenziati” anziché quello di “esuberi”. La Fondazione, di rimando, sottolineava che ciò era stato necessario pena la non approvazione del suo bilancio. La Giunta e i consiglieri di maggioranza PD della Regione accusavano la Giunta e la maggioranza Cinque Stelle del Comune di non avere una politica per lo sviluppo culturale della città e, licenziando i lavoratori dei Musei, di togliere ossigeno alla cultura e al turismo torinesi. La Giunta del Comune, dal canto suo, assicurava che alcuni lavoratori, (e qui iniziava un grottesco balletto delle cifre), sarebbero stati riassorbiti nell’organico comunale, e che tutti gli altri sarebbero stati ricollocati. Dove? In qualche cooperativa di super sfruttamento, come fece la Giunta Fassino qualche anno fa con le educatrici degli asili nido? O in qualche partecipata comunale a rischio di fallimento? E con quali contratti di lavoro, l’attuale di Federcultura o qualche altra schifezza del Jobs Act? Nessuna risposta da parte del Comune a queste domande che legittimamente ponevano i 28 licenziati.Una cosa appariva chiaramente e i 28 licenziati lo esplicitavano in un loro comunicato affermando di essere «vittime sacrificali di un contrasto politico che è in atto nella nostra città per aggiudicarsi il monopolio della cultura».

Durante il periodo delle feste di fine anno questi lavoratori non si sono risparmiati, dando vita, quasi ogni giorno, a presidi e manifestazioni incatenandosi davanti al municipio, confrontandosi con la sindaca Appendino in occasione della sua partecipazione ad un evento al Teatro Regio. Nemmeno la promessa della Regione di voler stanziare 350.000 euro (una goccia nel mare e solo per il 2018!) per “salvare” la GAM riusciva a creare serie divisioni tra i lavoratori licenziati e ad intaccare la loro volontà di continuare la lotta, pur con tutte le difficoltà dovute ad un pericoloso isolamento in cui questa si svolgeva. Sino ad allora, bisogna dirlo, i 28 licenziati si erano mobilitati senza un concreto coinvolgimento degli altri compagni di lavoro, come se la loro sorte non riguardasse anche questi ultimi.I dirigenti della Fondazione non hanno escluso, infatti, la possibilità di ricorrere ad ammortizzatori sociali come i contratti di solidarietà nel 2018. Il 12 gennaio, finalmente, in occasione di un’assemblea alla GAM, a cui partecipavano circa 80 lavoratori dei musei, veniva dichiarato lo stato di agitazione e la ferma volontà di giungere allo sciopero se, all’incontro previsto nelle due settimane successive, Regione e Comune non avessero presentato soluzioni concrete. La sera del 16 gennaio, il Comitato dei 28 licenziati si è recato ad un’assemblea pubblica programmata dalla circoscrizione Centro per esporre all’Appendino i problemi di quartiere. Era presente anche il comitato per la casa delle Vallette e di Lucento, al continuo inseguimento della sindaca sfuggente per esporle i gravi problemi abitativi di quelle periferie popolari. Lì i lavoratori dei musei, dal canto loro, le avrebbero nuovamente chiesto di assumere finalmente impegni certi e concreti al riguardo del loro futuro lavorativo. L’Appendino, però, si è ancora una volta sottratta al confronto, preferendo, pare, una prima teatrale che si svolgeva quella sera. Un comportamento che la dice lunga su quanto la sindaca e la sua Giuntasiano sensibili ai problemi dei lavoratori e sul loro concetto borghese di cultura!

Non sappiamo come si concluderà questa vicenda. Una cosa è certa, se i lavoratori dei musei di Torino salveranno il posto di lavoro lo dovranno solo alla loro capacità di lottare uniti contro chi subordina la cultura, come ogni altro settore della vita economica e sociale della città, alla logica del profitto. E questa capacità non potrà che essere di esempio e dare più forza alle lotte future.

Corrispondenza da Torino


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