Internazionale

Primo sciopero ad Amazon nel Black Friday

Amazon è oramai una realtà consolidata anche in Italia.
Il colosso delle vendite online sbarcò nel 2011 in provincia di Piacenza a Castel San Giovanni, in corrispondenza non a caso dell’uscita del casello autostradale. Allora partì con 150 dipendenti in un’area di 25 mila metri quadri. Oggi ne impiega, su una superficie di 100 mila mq, ben 1600 a tempo indeterminato, a cui se ne affiancano anche altrettanti a tempo determinato nei periodi di picco: Amazon prime day (a luglio), settimana del Black Friday (usanza di grandi sconti nata negli Usa a partire dal venerdì successivo il Giorno del Ringraziamento) e, ovviamente, il Natale.
Ma la crescita di Amazon non si limita a Piacenza, direttrice oramai di una catena commerciale, logistica e distributiva dell’intero Nord Italia. Con quest’anno il gruppo di Jeff Bezos ha dato un colpo d’acceleratore alla sua espansione inaugurando due nuove sedi: a Rieti (400 addetti) e a Vercelli (600). Sono poi già in corso i preparativi per inaugurare un centro logistico nella Bassa Bergamasca in cui verranno assunti almeno 300 lavoratori.
Si tratta di nuove, grandi concentrazioni proletarie moderne, e anche per questo siamo stati in visita guidata allo stabilimento di Castel San Giovanni.

La prima cosa che colpisce è l’enorme parcheggio con tutte le macchine disposte in un unico senso. La disciplina di fabbrica, la pianificazione di ogni aspetto, si estende anche al modo di parcheggiare, rigorosamente in retromarcia per consentire un’eventuale evaquazione in sicurezza. Appena all’interno l’immagine è quella dell’aeroporto, con tanto di area controlli con il metaldetector e relativi addetti sicurezza (contro possibili furti). L’atmosfera è frenetica, i ritmi di lavoro sono decisamente impegnativi e si dispiegano sui tre turni a ciclo continuo tutto l’anno. Dentro troviamo svariati chilometri di nastri strasportatori che operano su più piani a velocità sostenuta. Anche per questo siamo in presenza di un ambiente di lavoro abbastanza rumoroso.
Gli impiegati sono in gran parte giovani. L’età media è infatti molto bassa, di poco superiore ai trent’anni. Le donne sono il 40% della forza-lavoro e con un rapido sguardo si capisce che è favorita una composizione etnica varia. In parte è lo specchio della società italiana che cambia, in parte è voluto dalla direzione per un discorso di immagine da azienda aperta (modello McDonald’s o pubblicità della Benetton), in parte Amazon ha verificato che è più conveniente, nel rapporto tra carichi di lavoro e buste paghe, puntare su strati proletari immigrati per quanto regolari.

Il grosso delle mansioni svolte, specie nell’inscatolamento ma anche nel carico/scarico, sono piuttosto semplici e ripetitive. Per l’assunzione come operaio non sono infatti necessarie particolari qualifiche, mentre per accedere al canale management è richiesta, di regola, la laurea. Per ammissione del responsabile del tour guidato un operaio «diventa performante in una settimana».
Il clou è a nostro avviso il reparto scaffali: numerosissimi e lunghissimi corridoi alti poco più di due metri, simili a bunker pieni zeppi di merci, in una struttura di quattro piani. Qui i "pickers", così li chiamano, percorrono dai 17 ai 20 km al giorno per movimentare pacchi e pacchetti: c’è di che consumare le suole delle scarpe da ginnastica. Il criterio con il quale le merci sono riposte nelle scaffalature è... casuale, basta che sia spostabile a mano. Non c’è un lavoro di archiviazione e disposizione in ordine come nei supermercati. Si può trovare un ferro da stiro a fianco ad un libro, a sua volta vicino a un paio di scarpe. Anzi, il fatto che siano vicini e diversi velocizza il lavoro di recupero da parte dell’operaio perché l’identificazione risulta più rapida al colpo d’occhio.
La differenza la fa la tecnologia, i codici a barre e il software. Ogni prodotto ha un suo identificativo (che ne riporta e controlla gli aspetti tra cui la posizione) e il programma stabilisce il percorso ottimizzato che l’addetto deve fare per poi recuperare manualmente gli ordini. Anche nell’industria 4.0 vigono le leggi svelate da Marx nel Capitale: l’operaio diventa un’appendice della macchina, in questo caso un software che gli dice il percorso da compiere.

Attraverso questi strumenti l’efficienza ed i ritmi vengono strettamente monitorati: un operaio riferisce che ci sono dei target, bisogna fare almeno 120 pezzi all’ora (se i pacchi contengono prodotti multipli gli obiettivi però salgono). Se l’addetto si scollega dalla postazione per andare al bagno – e lo scanner non mente - deve poi recuperare il passo. I responsabili della produzione quantificano perfettamente i tempi morti (morti per il capitale ovviamente), fanno pressioni, sollecitano e selezionano in base a quelli. Non solo le gambe vengono usurate in questa ruota infernale dell’accumulazione capitalistica, ma sono comuni dolori alla schiena e alle braccia.
La manovalanza mediamente non dura così più tre anni, c’è un forte turn over. La stessa azienda ne è consapevole e mette in atto misure per spingere ad un certo punto al cambio mestiere senza dover licenziare (ci sono corsi per fare l’infermiere piuttosto che il camionista e alla fine veri e propri incentivi per "uscire"). La logica è quella della quanto più rapida spremitura dei limoni. Usurato un operaio avanti il prossimo, più giovane e fresco, più «performante». Anche qui ancora Marx: ecco all’opera la sete da vampiri dei capitalisti.

Una strada per rimanere in Amazon, oltre al sopportare le fatiche o mettersi nell’ottica di cominciare una lotta sindacale per migliorare la situazione (cosa che pare finalmente iniziata), è fare il salto nel reparto uffici o nel management, quella sfera più vicina alla classica definizione di aristocrazia operia. In una parte di questo strato è fortissimo il senso di appartenenza all’azienda, persone dedite ad Amazon con la partecipazione che ha un tifoso per la propria squadra del cuore, preda di un fervore che una setta richiede ai propri adepti. In quest’inganno ideologico, in uno stile molto americano in cui sono sfruttati ad arte meccanismi da psicologia di gruppo e del gioco di squadra (con simboli, gerarchie, premi, comportamenti e perfino lessico creati su misura), si può consumare un impegno proletario al servizio degli interessi altrui, dei veri agenti del capitale che staccano dividenti strepitosi e hanno compensi da favola (Amazon nel 2016 ha 2,4 miliardi di utili a livello mondiale e il fondatore ha un patrimonio personale che da poco ha superato i 100 miliardi di dollari).
Tra questi impiegati è comune trovare chi fa volontariamente diverse ore al giorno di straordinari non pagati. Solo un devoto può rimanere nel medio-lungo periodo e l’azienda ha un occhio di riguardo per incentivarli e motivarli... almeno fino a che continuano a rendere senza pretendere troppo. La massa di proletari assunti invece a chiamata non risulta ovviamente in questa casistica. Loro, che tra l’altro portano al collo un badge distintivo di colore verde, diverso dagli altri, sono circa duemila attualmente e sono solo forza bruta per i picchi stagionali, scaricabili alla bisogna e soprattutto ricattabili.
Allo sciopero in concomitanza del Black Friday, che ha il merito di essere il primo in Amazon Italia, indetto da Cgil, Cisl, Uil, Ugl, l’adesione di questi lavoratori interinali è stata anche per questo praticamente nulla (non sarebbero stati richiamati). Nonostante ciò, molti di loro, entrando, hanno mostrato agli scioperanti il batch verde. Questo per segnalare di condividere le ragioni dello sciopero, ma di essere impossibilitati a parteciparvi temendo ritorsioni. Tra quelli a tempo indeterminato (badge blu) le stime di partecipazione variano dal 60% degli organizzatori al 10% dell’azienda, che resta vaga su eventuali disagi subìti, affermando piuttosto di aver posto il massimo impegno per soddisfare i clienti. È da segnalare poi che la maggior parte dei 500 dipendenti che hanno partecipato alle assemblee, hanno anche votato lo stop a qualsiasi forma di straordinario sino al 31 dicembre 2017.
Al di là dell’esito dello sciopero in questione l’evento è importante perché, anche grazie al risalto mediatico, ha sollevato all’onor delle cronache i problemi delle condizioni di lavoro e dei livelli salariali, dei proletari ammassati a faticare di giorno e di notte nei magazzini di Amazon.

Corrispondenza Piacenza


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